Buona Pasqua!

Da  •  14 aprile 2017 alle 13:26

BUONA PASQUA!

Testo tratto dal nostro volume Il cibo è festa

Con la Pasqua si conclude la Settimana Santa, nata nei primi secoli del Cristianesimo a Gerusalemme per rivivere i fatti della Passione di Gesù Cristo. Più tardi arrivò in occidente modificandosi nettamente con il passare dei secoli; della rievocazione originaria restano soltanto la “processione delle palme” e l’adorazione della Croce del Venerdì Santo. 
Di quelle antiche “Settimane Sante” sappiamo quasi tutto grazie a un incredibile “diario di viaggio”, molto dettagliato, scritto da tale Egeria o Etheria, probabilmente una monaca che visse in Palestina attorno all’anno 400. 
Il triduo pasquale della Passione, Morte e Resurrezione del Signore è in effetti il culmine dell’anno liturgico perché la Chiesa ricorda l’evento determinante che è la Redenzione. Con la Pasqua si celebra il “giorno nuovo” che per i Padri della Chiesa fu l’ottavo giorno, ma vi confluiscono curiosamente i sette giorni della Creazione. otto, ricordiamolo, è il numero magico dell’equilibrio cosmico. 
Ci ricorda Sant’Agostino che dopo il settimo giunge l’ottavo giorno che comporta «la vita dei giusti e la condanna degli empi». Per questo la Chiesa prolunga le sue principali solennità in una “ottava”. 
Pasqua però è festa che si dilata. Le Norme generali per l’ordinamento dell’Anno Liturgico e del Calendario dicono che «i cinquanta giorni che si succedono dalla domenica di Resurrezione alla domenica di Pentecoste, si celebrano nell’esultanza e nella gioia come in un sol giorno di festa, anzi come la Grande Domenica». 
Una volta questa “Grande Domenica” pasquale si chiamava “Pasqua d’Uovo” perché si festeggiava regalando e mangiando uova sode colorate benedette in chiesa. Ecco, dunque, da dove vengono le costosissime uova di cioccolato che dalla pasticceria non ci arrivano certo benedette. 
Ancora oggi nei comuni siciliani di origini albanesi si regalano agli ospiti uova colorate; con un sorriso di gioia vi diranno che “Cristo è risorto”. Una emozione da provare. 
L’uovo è simbolo di “nascita”. «Omne vivum ex ovo» dicevano i latini, cioè ogni cosa che vive viene da un uovo. Anche se di biologia ne sapevano poco. 
Ricordiamoci che dentro un uovo galleggiante nacque Brama, che vi restò un anno intero. In Spagna, nella cattedrale di Burgos, ai piedi di un bel Crocifisso, sono sospese delle uova. Nelle tombe dei martiri a Roma, sono state trovate uova di marmo. 
Nel Cinquecento, dentro uova già impreziosite d’argento e oro, si nascondevano delle sorprese. Fece eco il “cadeau” che re luigi XV, nel Settecento, offrì a Madame du Barry: all’interno dell’uovo riccamente decorato c’era una statuina in oro di Cupido che scagliava la freccetta. Era uno che sapeva come trattare le donne. 
Fabergé, con le sue celeberrime, preziose uova, fece una fortuna. 
Secondo l’usanza ebraica, alla fine del pasto pasquale si mangiava l’agnello, eccezionalmente il capretto, Agnus Dei… 
Dalle numerose comunità ebraiche di Sicilia abbiamo tratto questa usanza gastronomica rituale, sottolineata anche dalla “pecorella” di pasta di mandorle che per devozione si mangia a tavola per il “pranzo pasquale”. Mai prima. 
Nelle comunità ebraiche c’era pure un curioso dolce pasquale a forma di colomba, che finì con il simboleggiare sia il Cristo sia lo Spirito Santo. Cristo, infatti, è l’innocente colomba sacrificata per i nostri peccati. Per quanto riguarda, invece, lo Spirito Santo bisogna rifarsi all’evangelista Giovanni che scrisse: «ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi sopra di lui». 
Il Cristo, Agnus Dei, colomba e uovo sulle mense, diventa in chiesa “fuoco-luce”. Spente tutte le luci, infatti, si accende lo stoppino del cero pasquale: «Io sono la luce del mondo» (Giovanni 8,12). Nelle tradizioni precristiane il cero, fatto con la cera delle api, era emblema della presenza divina che con quella luce donava la conoscenza. Inoltre puri cava e “proteggeva dalle tenebre”. Nel cero pasquale il sacerdote conficca cinque grani di incenso disposti in forma di croce: quei grani rappresentano le cinque piaghe della Passione. Questo rito è chiamato “lucernario”. Il cero resterà acceso no alla Pentecoste, quindi, per ben cinquanta giorni. Con la Pentecoste si concluderà appunto quella “Grande Domenica” di cui abbiamo detto all’inizio. 
Lu lùnniri pri tutta la simàna.
lu màrtiri accummenzanu li lutti,
lu mèrcuri si fa la quarantena,
Jòviri si rrianu li sipurcri,
lu Vènnari di lignu la campana,
lu Sabbatu Maria ’nni chiama a tutti, Duminica Gesuzzu ’n celu acchiana. 
Era Pasqua! 
Così annotò nel suo diario un viaggiatore d’eccezione, Wolfgang Goethe: «Palermo, 8 aprile 1787, domenica di Pasqua. l’esplosione di gioia per la resurrezione del Signore si è fatta sentire fin dall’alba: i petardi, le racchette, le bombe, i serpentelli, sparati davanti alla porta delle chiese, si contavano a carra, mentre i devoti affluivano per i battenti spalancati. Fra il suono delle campane e degli organi, le salmodie delle processioni e i cori dei preti che le precedevano, ce n’era abbastanza per frastornare gli orecchi di quanti non sono assuefatti a un modo così fragoroso di adorare Dio». 
Naturalmente, dopo le solenni processioni del Venerdì Santo, il momento più atteso da piccoli e grandi era la mattina del Sabato Santo per la “calata d’a tila”. In molte chiese infatti s’usava coprire l’intera zona del presbiterio con l’altare maggiore, con immense tele fin dal Mercoledì delle Ceneri. Erano teloni monocromatici, creati spesso da mani ignote, dal Settecento e fino alla seconda metà dell’ottocento, con episodi della Passione. la mattina del Sabato Santo, nel corso della solenne liturgia della Resurrezione, al momento del “Gloria in excelsis” si facevano cadere, sollevando un gran polverone che, quasi nuvola divina, lasciava spazio a un trionfante, coloratissimo Cristo risorto con la bandiera in mano. A questo punto le campane suonavano a festa e tutti gridavano in coro alleluia! Un vero tripudio. 
Ci ricorda Giuseppe Pitrè che «la calata della tela è la cerimonia che più attira non già i fedeli, ma i curiosi e della quale molti si giovano per fare uno scherzo a qualche loro amico o conoscente. Perché essendo essa una scena lungamente ed ansiosamente aspettata (si sa bene che la funzione del sabato è la più lunga della Settimana Santa) qual capriccio bizzarro è quello di turare all’improvviso gli occhi a una persona che stia lì tutta orecchi a sentire gli ultimi canti e tutta occhi a vedere gli attimi che precedono la risurrezione. Vi sono giovani che ne fanno un divertimento e di chiesa in chiesa corrono, adocchiando uno della folla a cui preparare il brutto tiro». Era il momento atteso da tutti i ragazzini per poter mangiare la “picuredda” di pasta di mandorle (sempre sorridente, chissà poi perché…) con il labaro rosso e oro piantato sul dorso.