Il Festino di Santa Rosalia

Da  •  10 luglio 2017 alle 12:56

Il Festino di Santa Rosalia – 15 luglio

Testo di Gaetano Basile tratto dal volume Il cibo è festa

Spiegare a chi palermitano non è cosa sia il Festino è impresa ardua. Riassumendo, si può dire che il Festino è un immenso ex voto popolare dedicato a Santa Rosalia per grazia ricevuta. Fu lei, la Santuzza, a salvare i palermitani dalla peste meritandosi il posto d’onore in cima al Palazzo Pretorio, quasi a fare dispetto a Sant’Agata, Sant’Oliva, Santa Ninfa e Santa Cristina che, dall’alto delle loro nicchie dei Quattro Canti, nulla avevano potuto.
Il Festino è il momento più alto della vita cittadina, quello in cui, malgrado il debilitante caldo afoso di luglio, il palermitano spende un’energia che nessuno mai presumerebbe in un homo sapiens nato all’ombra del monte Pellegrino. Furono i palermitani dei vicoli a decretare il vero trionfo di Santa Rosalia, santa fatta in casa. Di una bellezza normanna idealizzata e sempre sognata da coloro che convivevano con madri, sorelle, mogli e figlie irrimediabilmente more.
Il Festino, ultima festa barocca, ricorda il tripudio degli scampati: una grande sagra popolare fatta di caldo, suoni, luci, sfarzo, colori, abbuffate e solenni bevute, dove pure i santi ballano per la gioia.

“Maria Virgini si pigghia pri cumpagna a Rusulia
e cci rici: amata figghia, vieni e giubila cu mia
fai un abballu graziusu, rallegra Patri Figghiu e Spusu.
Balla Barbara e Lucia cu Nora, Rosa, Ciccia e Pitittina.”

Solo a Palermo si poteva immaginare un ballo paradisiaco di «virgineddi puri e santi» che si concludeva con «tutti prìanu a Gesù, Giuseppi e Maria. Evviva Santa Rusulia!».

La prima processione delle reliquie della Santuzza si fece il 3 giugno del 1625, e furono tre giornate memorabili. Nel 1701 i giorni di festa furono portati a quattro con alcune invenzioni che, pur partendo dal fatto religioso, cominciarono a trasformare la festività. Vi aggiunsero quel carattere popolaresco per cui non fu più soltanto celebrazione di un culto, ma espressione dello spirito di una città e dei suoi sentimenti popolari più genuini. Una singolare fusione riassunta nel grido “Viva Palermo e Santa Rosalia!”.
I giorni del Festino divennero cinque nel 1743, ma quattro anni dopo tornarono a quattro per le difficoltà del Senato palermitano (Ammi-nistrazione comunale). Girò per Palermo la battuta, arguta e ingiuriosa, che spiegava le lettere S.P.Q.P. ai piedi dell’aquila palermitana, con «Sumptibus Populi Questuante Pretore»: alle sontuosità del popolo un sindaco questuante.
Nel 1752 le giornate diventarono sei e il Festino iniziò il 10 di luglio mentre i carri furono quattro. «Ciò fu da attribuirsi al fatto che il 10 ricorreva l’onomastico della Regina Maria Amalia e si credette bene accoppiare le solennità solite a celebrarsi in queste occasioni – cavalcate, luminarie, spari di fuochi artificiali – con le feste di Santa Rosalia. Così il Festino fu per parecchi anni di sei giorni per poi ritornare a cinque».
Nel 1766 il Festino fu portato a nove giorni: cominciò il 9 e terminò il 17 con i “Fuochi di Gioja”. Nei quattro giorni aggiunti vi fu il “gioco del toro”, che consisteva nell’incitare un toro a caricare dei pupazzi che un congegno interno rimetteva in piedi appena abbattuti.
La santa fu condotta in trionfo su un carro enorme per dare a tutti l’idea della grandiosità di Palermo. Una immensa poppa di nave con musici a bordo, tirata da cinquanta pariglie di mule o buoi. Una specie di emblema civico, unico in Europa, per mostrare la ricchezza e lo sfarzo di questa felicissima città.
Al corteo del Festino il popolo fu sempre spettatore-comparsa. La sua festa è tra i vicoli degli antichi mandamenti, davanti alle edicole votive illuminate, con tante cose buone da mangiare fra un bicchiere e l’altro. L’incontro con l’esibizione della magnificenza, opulenza e sfarzo del Comune avviene alla fine, fuori dalla Porta Felice, davanti ai fuochi d’artificio.

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