Giacomo Serpotta: la materia inerte prende vita

Da  •  18 luglio 2017 alle 13:29

Giacomo Serpotta: la materia inerte prende vita
di Francesco Paolo Campione

Testo tratto dal volume Guida istruttiva su Palermo e Monreale

Fino alla fine del XVII secolo, pur con qualche significativa eccezione, lo stucco era stato un materiale povero, appannaggio quasi esclusivo di modesti artigiani. Era una mescola di gesso, sabbia di fiume, polvere di marmo, pomice agglutinati con colle animali composti su anime di legno e metallo. La “pelle” dello stucco riceveva un trattamento particolare con l’allustratura, un procedimento che con l’uso di finissima polvere di marmo e cera conferiva alle statue terminate un aspetto simile a quello del marmo. Proprio Serpotta aveva portato a perfezione questa tecnica di finitura. Giacomo Serpotta (Palermo, 1656-1732) è uno dei massimi scultori del Settecento europeo. Questo primato, che opportunamente la critica più recente ha definitivamente ratificato assegnando a Serpotta un ruolo di primo piano nell’arte del suo tempo, non deriva soltanto dalla miracolosa abilità con la quale l’artista lavorava i suoi apparti decorativi. La sua grandezza sta innanzitutto nell’essere emerso da un panorama in larga parte desertico, nel quale i precedenti non si erano innalzati al di là di un provinciale e attardato convenzionalismo. Solo i Ferraro, una famiglia di artisti originari di Giuliana e operosi in particolar modo tra Castelvetrano e Palermo, erano riusciti a fornire una declinazione di qualche raffinatezza della esornazione in stucco, specialmente nelle decorazioni di alcune cappelle della chiesa del Gesù (1628-39) realizzate da Orazio. Lo stesso padre dell’artista Gaspare Serpotta (Palermo, 1634-1693 ca.), operoso soprattutto come scultore in marmo a fianco del più dotato Gaspare Guercio (Palermo, 1611-1679), non riuscì mai a redimersi da uno stile e da modi esecutivi impacciati e pesanti. Gli esordi di Giacomo nella decorazione della chiesa della Madonna dell’Itria a Monreale (1677 ca.) in concorso con Procopio de Ferrari (forse un ultimo discendente dei Ferraro già citati), o nell’oratorio di San Mercurio a Palermo (1678) assieme al fratello Giuseppe, del resto non avrebbero lasciato presagire che di lì a qualche anno lo stuccatore sarebbe divenuto la più straordinaria incarnazione della scultura barocca in Sicilia. Già nei due altari del Crocifisso e della Madonna del Carmelo nella chiesa del Carmine Maggiore a Palermo (1683-84), realizzati sempre con Giuseppe, Giacomo rivela la propensione a una decorazione sbrigliata e leggera, estrosa senza indulgere a eccessi. Tra le spire delle colonne tortili binate, Giacomo inventa un continuum narrativo rappresentando episodi della vita di Cristo e della Vergine che si confondono fra i tralci di vite, simboli eucaristici. I tempi erano maturi perché l’artista, ormai libero dall’alunnato parentale, si affacciasse autonomamente a una grande impresa decorativa.
Nasce così lo stupefacente apparato di stucchi dell’oratorio del SS. Rosario in Santa Cita, cui Giacomo Serpotta attende in una prima fase dal 1685 al 1690, e successivamente tra il 1717 e il ’18. Qui l’artista rivoluziona la concezione dell’apparato ornamentale, non più semplice addendo alla struttura, ma elemento narrativo e didascalico. Le figure allegoriche delle Virtù divengono commento iconologico alle rappresentazioni dei Misteri del Rosario nei movimentati “teatrini” prospettici, retaggio delle analoghe figurazioni che oltre un secolo prima Antonello Gagini aveva inventato per la grandiosa Tribuna della Cattedrale. Nella controfacciata dell’oratorio, la Battaglia di Lepanto, al di là della retorica celebrazione del Trionfo della Fede, diviene nelle figure dolenti dei due giovinetti assisi sulla cornice, una muta denuncia contro gli orrori della guerra.
All’addobbo dell’oratorio dei SS. Francesco e Lorenzo (più conosciuto col nome di quest’ultimo) Giacomo Serpotta lavora tra il 1699 e il 1703, raggiungendo il vertice insuperato della sua sensibilità artistica. Non più solo episodi agiografici relativi ai due santi, che toccano la vetta drammatica nel Martirio di San Lorenzo, ideale controcanto della perduta Natività di Caravaggio, accompagnati dalle personificazioni delle Virtù. Qui il gioco simbolico affonda talora nell’enigmatico, come per esempio nelle figure di ignudi, plasticamente michelangiolesche, che in equilibrio tra gli spigoli delle finestre paiono sorvegliare sullo spazio dell’oratorio.
Nel terzo degli oratori maggiori decorati da Serpotta, quello della Compagnia del SS. Rosario in San Domenico (1710-17ca.), Giacomo Serpotta si avvia ormai a una cifra classica, che sembra persino superare il dettato rococò. L’artista dovette affrontare una prova assai più impegnativa. Se nei due precedenti i confrati, di fatto, gli avevano consegnato un’aula vuota lasciando alla sua fantasia la libertà di popolarne gli spazi, l’oratorio della ricchissima Compagnia domenicana era invece già una straordinaria pinacoteca di dipinti sul tema dei Misteri del Rosario, che avevano il loro assoluto capolavoro nella pala di Antoon Van Dyck sull’altare principale. Lo scultore, da par suo, risolse il problema riconfigurando iconologicamente il discorso narrativo rappresentato dalle tele, affiancando a esse le splendide figure femminili delle Virtù, vera celebrazione della grazia muliebre settecentesca. Completando il discorso con episodi desunti dal libro dell’Apocalisse, Serpotta trasforma l’oratorio in una vera e propria esposizione visuale del Nuovo Testamento, una storia della salvezza che giunge fino all’ultimo giorno della storia.
Nei decori della chiesa di Sant’Agostino (terminati nel 1719), Serpotta apre ormai la strada al classicismo settecentesco. Ma dopo di lui, in verità, in Europa forse il solo Canova avrebbe ridato alla scultura la dignità di un’arte liberale.

Per approfondire ti consigliamo il volume Giacomo Serpotta. Gli oratori di Palermo