Renato Guttuso e BBPR a Palermo di M. Giordano – il lunedì dell’Arte di Kalós

Da  •  23 febbraio 2015 alle 12:16

Guttuso e BBPR a Palermo

 

Testo di Marina Giordano *Storica dell’arte.

Articolo tratto da
Kalós – 1/2009

Renato Guttuso e Palermo: un rapporto che non si è mai interrotto, nonostante l’artista abbia trascorso buona parte della sua esistenza “in continente”, soprattutto a Roma, senza mai, però, recidere il legame con la memoria, i paesaggi, i rapporti interpersonali, le iconografie della sua terra.

 

A testimonianza del sodalizio di Renato Guttuso con Palermo, reale e ideale al contempo, oltre all’attività del Museo Guttuso di Villa Cattolica a Bagheria (al centro di un recente restyling), alle frequenti mostre succedutesi negli anni e dedicate al pittore, alla presenza di suoi quadri in collezioni cittadine pubbliche (la Galleria d’Arte Moderna, lo Steri, sede del Rettorato dell’Ateneo palermitano, a cui Guttuso donò nel 1975 la grande tela La Vucciria) e private (prima tra tutte la collezione Pasqualino Noto), vi sono altre due opere nelle quali molti palermitani avranno avuto spesso modo di imbattersi, magari senza consapevolezza, e di cui, infatti, molti ignorano l’esistenza o hanno solo un vago ricordo.

Esse si trovano all’interno della sede di un ben noto istituto di credito, la filiale di Intesa Sanpaolo di via Mariano Stabile 152, ex Banca Commerciale Italiana (fino al 2001), oggetto di lavori di ristrutturazione appena conclusi.1 È già l’edificio stesso a costituire un’importante presenza di valore artistico: è infatti una delle quattro architetture progettate a Palermo dallo studio milanese BBPR (Gianluigi Banfi, Ludovico Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers) tra il 1962 e il 1965.2

In una lettera datata 14 febbraio 1964, indirizzata da Lodovico Belgiojoso a Renato Guttuso, l’architetto propone al pittore un incontro per parlare dell’edificio di via Stabile, facendo prima riferimento a un’altra opera nata dalla loro collaborazione, il Museo-Monumento al Deportato politico e razziale di Carpi, che sarebbe stato inaugurato quasi dieci anni dopo, nel 1973: “Caro Guttuso, sono lieto di comunicarti che abbiamo vinto il concorso per il Museo-Monumento alla Deportazione a Carpi e di questo dobbiamo ringraziare anche te per il tuo valido contributo. […] poiché è giunto il momento di parlare, e anche con una certa urgenza, della Banca Commerciale a Palermo, vorremmo sapere se hai occasione di passare da Milano”.3

Il frutto di questo sodalizio umano e professionale, che durava già da decenni4 – sarà la realizzazione di una grande vetrata5 che fa da sfondo al salone centrale al pianterreno, un open space dedicato al ricevimento del pubblico, e della decorazione murale6 a tecnica mista (terracotta invetriata, ceramica e foglia d’oro) della scalinata di forma sinusoidale che collega il salone principale con gli scantinati del piano inferiore e con gli uffici del primo piano. Le due opere non si limitano a rappresentare una mera decorazione per gli ambienti, ma nascono da uno stretto dialogo con gli architetti, come si evince da una seconda lettera di Rogers a Guttuso del 13 aprile 1964: “Nel nostro studio abbiamo un plastico del salone che dobbiamo studiare assieme, perché esso è un documento ben più diretto alla comprensione che le molte lettere che potremmo scriverci”.7

Le due opere guttusiane, dunque, cercano di sintetizzare la volontà dei progettisti di ribadire un legame con il territorio isolano e il suo immaginario, in cui l’elemento acquatico e quello vegetale giocano un ruolo primario. Pertanto il pittore sceglie di riproporre per i suoi interventi due iconografie a lui care, quella dei pescatori e quella del mare, del vulcano e dei cespugli di fichidindia.

La vetrata raffigura un gruppo di pescatori in barca intenti a remare al largo della costa, visibile sullo sfondo. Spicca tra tutte la figura centrale, un uomo arrampicato come una vedetta sull’albero maestro. Renato Guttuso ha attinto, per il cartone di questa vetrata, al quadro La pesca del pescespada (1949, Roma, Collezione Mezzacane), che presenta soggetto e connotazioni stilistiche analoghi all’opera in questione, ma sono molteplici i rimandi all’intera serie di dipinti di pescatori del ciclo di Scilla,8 datato tra il 1949 e il 1950. Pur risalendo alla seconda metà degli anni Sessanta, nella vetrata Guttuso riprende forme e temi del realismo sociale che lo ha caratterizzato nel decennio precedente, associati a una figurazione di stampo postcubista svolta secondo larghe campiture di colore, forme sintetiche e squadrate, un segno netto e vigoroso che contiene in sé un retaggio espressionista e che, grazie al bordo in piombo che separa le lastre colorate della vetrata, risulta ulteriormente enfatizzato.

Anche in questa occasione, come nei quadri dedicati a contadini, minatori e altre categorie del “popolo”, Guttuso non manca di conferire ai personaggi rappresentati una fierezza e una solennità che toccano il culmine in celebri opere come Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949-50, Berlino, StiftungArchivder Akademie derKünste) o Zolfara (1953-55, Cortina d’Ampezzo, Museo Mario Rimoldi), dipingendo scene corali ove l’antico sapore di una sicilianità di stampo verghiano assume un valore universale: l’esaltazione morale della dignità dell’individuo alle prese con la lotta per la sopravvivenza.

Il legame con la sua isola natale viene riproposto da Guttuso anche nel soggetto della decorazione parietale che accompagna lo scalone: un paesaggio contrassegnato dalla presenza imponente e svettante di un vulcano sbuffante di fumo, dal mare, che riempie quasi tutta la scena, e da una folta vegetazione sulla quale spiccano le pale di alberi di fichidindia. La scena, tutta virata sui toni leggeri dell’azzurro e del bianco, con alcuni tocchi di nero che segnano le sagome delle forme, quasi a voler evocare la vetrata che domina il salone centrale, è attraversata da alcuni brani in lamina dorata. Questi “lampi di luce”, oltre a riportare alla memoria il sole mediterraneo, potrebbero esser stati inseriti da Guttuso come un ideale richiamo alla tradizione decorativa bizantina e normanna del mosaico parietale, riscontrabile in numerosi monumenti siculi.

L’iconografia del vulcano fumante è presente nella pittura di Guttuso abbastanza precocemente, già in opere degli anni Trenta, come ad esempio ne Il racconto del marinaio (1933, Bagheria, Museo Guttuso), in cui campeggia sullo sfondo, mentre in primo piano un uomo e una donna sulla banchina del porto intraprendono un muto dialogo.

Il ficodindia come simbolo di un’imagerie siciliana (di cui Guttuso fissa quasi uno stereotipo) ritorna spesso nel percorso del pittore, come si nota nell’olio Fichi d’India (1959, Bagheria, Museo Guttuso), in cui ritroviamo, confrontandolo con la decorazione dello scalone, lo stesso deciso segno scuro e un analogo trattamento delle forme vigorose e lievemente squadrate, secondo un retaggio postcubista vivo in quel periodo.

Pur nella sublimazione dell’incastro di forme e di linee che avvicinano le opere a un gusto affine alla decorazione, anche in questo caso Guttuso non cessa di ancorarsi alla natura, al vero, alla forza primigenia degli uomini, della terra e del mare, in un contesto (la banca) ove spesso si giocano i destini degli individui, delle loro fortune o sfortune. Egli rievoca un’autenticità aurorale e quasi mitica, quel “contatto con la realtà senza intermediari”9 cui faceva riferimento proprio in una lettera indirizzata all’architetto Rogers nel 1947, in conclusione della quale lancia un invito a quella collaborazione che nelle opere di Palermo avrebbe trovato, dopo alcuni anni, una felice attuazione: “[…] non si può lavorare da soli, ma come nella vita quotidiana, dobbiamo aiutarci l’un l’altro. Affettuosamente ti saluto”.*

 

1 I lavori di ristrutturazione della filiale, recentemente conclusi, sono durati circa un anno e sono stati diretti dalla Direzione Immobili e Acquisti della Banca.

2 Gli altri progetti palermitani di BBPR sono la sede del “Giornale di Sicilia” di via Lincoln 21, realizzata nel 1966, il Palazzo Amoroso di piazzetta Santo Spirito 10 (1967-74), e l’allestimento dell’interno del negozio di Ottica Randazzo, in via Ruggero Settimo, nel 1958, in cui, dopo l’intervento dell’architetto Roberto Collovà e l’ultima ristrutturazione del 2007, non è rimasto più nulla dell’opera originaria del gruppo milanese. Per approfondimenti e riferimenti bibliografici sull’argomento cfr. Andrea Sciascia, Architettura contemporanea a Palermo, L’Epos, Palermo 1998 e la recente pubblicazione Matteo Iannello, Glenda Scolaro, Palermo. Guida all’architettura del ’900, con introduzione di Vittorio Gregotti, Edizioni Salvare Palermo, Palermo 2009.

3 Lettera di Belgiojoso a Guttuso del 14 febbraio 1964, Archivio Intesa Sanpaolo, ramo Banca Commerciale Italiana.

4 La prima collaborazione tra Guttuso e lo studio BBPR era stata avviata nel 1934 in occasione della Casa del Sabato per gli Sposi presso il parco della V Triennale di Milano, poi demolita, per la quale i BBPR avevano commissionato al pittore alcune decorazioni pittoriche murali, poi non realizzate. Cfr. sull’argomento Enrico Crispolti (a cura di), Renato Guttuso. Opere della Fondazione Francesco Pellin, catalogo della mostra, Roma, Chiostro del Bramante, 16 marzo-5 giugno 2005, Mazzotta, Milano 2005, p. 287.

5 La vetrata colorata è costituita da 24 pannelli di 129 x 78 cm ciascuno, per una superficie totale di 370 x 640 cm, e riporta in basso a destra la firma “Guttuso”. Non è datata ma è databile al 1966. Essa è stata oggetto di una recente pulitura. I lavori di ristrutturazione della filiale, che con un nuovo allestimento hanno meglio delineato lo spazio antistante la vetrata, hanno fatto sì che la stessa sia visibile fin dall’esterno. Riferimenti all’opera si hanno in Ezio Bonfanti, Marco Porta, Città, Museo e Architettura. Il Gruppo BBPR nella cultura architettonica italiana 1932-1976, con introduzione di Paolo Portoghesi, Vallecchi, Firenze 1973, appendice, A194; Enrico Crispolti (a cura di), Catalogo ragionato generale dei dipinti di Renato Guttuso, Giorgio Mondadori & associati, Milano 1985, p. CXLV; Fabio Carapezza Guttuso e altri, Guttuso, Rizzoli, Milano 1999, p. 32.

6 L’opera ha le dimensioni di 20,40 x 5,15 m (9,30 x 2,75 m dal seminterrato al pianoterra; 11,10 x 2,40 dal pianoterra al primo piano); non è firmata né datata (ma è ascrivibile sempre al 1966), presenta interventi successivi di recupero, non sempre perfettamente riuscito, su alcune parti, e sarà a breve oggetto di un restauro. Per la bibliografia cfr. E.Crispolti, 1985, op. cit., E. Bonfanti, op. cit., appendice, A194, ill. n. 2.

7 Lettera di E. N. Rogers a Guttuso datata 13 aprile 1964, Archivio Intesa Sanpaolo, ramo Banca Commerciale Italiana.

8 Guttuso, tra il 1949 e il 1951, trascorse nella località calabra di Scilla le estati in compagnia di altri artisti fautori di una pittura di stampo realista – Saro Mirabella, Beppe Mazzullo, Giovani Omiccioli – vivendo un periodo di feconda attività creativa: “Da due anni, con alcuni amici, andiamo a passare l’estate in un mitologico paese del fondo della Calabria: Scilla […]. Non si può vedere questo paesaggio mitologico senza legarlo al popolo che ci vive insieme. […] Questa gente somiglia alla mia, siciliana, dei borghi di mare […] scendere in mezzo a loro e vivere qualche tempo i loro problemi è un grande insegnamento per un pittore”. Renato Guttuso, Richiamo di Scilla, in “Meridione”, n. 1, maggio 1951, pp. 40-41. Cit. anche in Marco Carapezza (a cura di), Antologia degli scritti di Renato Guttuso 1944-1967, in Fabio Carapezza Guttuso, Dora Favatella Lo Cascio (a cura di), Renato Guttuso. Dal Fronte Nuovo delle Arti all’Autobiografia 1946-1966, catalogo della mostra, Bagheria, Museo d’Arte Contemporanea Renato Guttuso, Villa Cattolica, 19 luglio-30 novembre 2003, Eugenio Maria Falcone Editore, Bagheria (Pa) 2003, pp. 328-329.

9 Lettera di Guttuso a Ernesto Nathan Rogers, 1947, cit. in Marco Carapezza, op. cit., pp. 323, 324.

* Parte di questo testo di Marina Giordano è stato scritto nel 2006 per la V edizione della manifestazione “Invito a Palazzo” promossa dall’Associazione Bancaria Italiana e pubblicato in un pieghevole stampato per l’occasione, consultabile alla voce “Beni culturali, I palazzi” sul sito www.intesasanpaolo.com.