Il culto dei morti in Sicilia

Da  •  27 ottobre 2017 alle 12:15

I Morti – 2 novembre

Testo tratto dal volume Mangiare di festa

Fin dai primordi della civiltà il culto dei morti ha accompagnato l’umanità. Non c’è popolo che non abbia onorato, commemorato, rispettato i defunti: il diverso modo di esprimersi è soltanto manifestazione distintiva per cultura, tradizioni, costumi, religioni. In Sicilia il culto dei morti poco differisce dal tempo degli avi greci e romani che sulle tombe dei loro defunti portavano corone di fiori, pane inzuppato nel vino e dolcetti di miele, mentre tutt’attorno si spargeva farina con un pizzico di sale e si banchettava pure allegramente. Ma solo in occasione del compleanno del defunto. Per i romani fu quello il “refrigerium”.
Più tardi pure i cristiani onorarono i loro morti nelle catacombe. Nell’identica maniera. Solo nel IV secolo la Chiesa proibì quei riti definendoli pagani. L’uso di commemorare i defunti è medievale, copiato dal rito bizantino, che prevedeva un ufficio in loro suffragio, con l’eucaristia “pro requie defunctorum”.
Il convito funebre passò nell’àgape cristiana: banchetto d’amore e di carità, detto anche pane del dolore e calice della consolazione. Tali conviti si celebravano nei pressi dei sepolcri degenerando in veri e propri festini, spesso pure licenziosi a causa delle abbondanti libagioni. Difatti saranno vietati da Sant’Ambrogio e dal Concilio di Cartagine.

Da qualche anno è sbarcata da noi la festa di Halloween, che americana non è. Deriva dal “Samuin” celtico, quando, nelle fredde notti d’Ognissanti, si aprivano le tombe ricoperte di fiori e “i morti si mescolavono ai viventi” in una veglia-festa orgiastica in cui si mangiava, ma soprattutto si beveva smodatamente. Si suonava e si cantava mentre si dipingevano i teschi custoditi negli ossari. Eco di quegli antichi riti fu la notte di Halloween, come si chiamò in Irlanda, da dove poi varcò l’oceano per approdare negli Stati Uniti. Ma in forma diversa, perchè i ragazzi si mascherano da scheletri o fantasmi, mimando il ritorno in terra dei defunti. Girano di casa in casa chiedendo piccoli oboli e dolcetti e se non li ottegono imbrattano finestre o vetrine con la saponata.

Il culto dei morti in Sicilia

Fino a pochi anni fa in Sicilia era uso far trovare ai più piccoli, in angoli remoti della casa, dei gioccattoli messi lì apposta dai Morti. Si usava ancora il”cannistru”, un canestro colmo di primizie: le prime arance, le pere d’inverno, e pure fichi secchi, mandorle e nocciole, datteri, tanti “mustazzuola”, detti anche ossa di morto, la “petrafennula” avvolta in carta colorata, con l’immancabile “pupaccena” di zucchero troneggiante su tanta “frutta di martorana”. L’indomani migliaia di ragazzini sciamavano per i viali dei cimiteri per andare a ringraziare quei parenti morti. Come buone maniere imponevano…
Ricordiamoci che i Morti sono una cosa seria: ci hanno dato la vita e continuano a starci accanto, pronti a esaudire le nostre richieste. Come ci hanno insegnato.

Il 2 novembre a tavola

In Sicilia sopravvive il cosiddetto “cuònsolo” o “cùnsulu”, una sorta di saporito pranzo di consolazione preparato dai parenti che si svolge nelle case “a lutto”. Magari al rientro dal cimitero. E si tenta anche di distrarre i dolenti… Non esiste un menù ben preciso, ma si tratta solitamente di cibi energetici: zuppe di cereali, carni, affettati, dolciumi.
A coloro che invece andavano al cimitero a onorare i propri defunti, visto che non c’era stato il tempo di cucinare e per “rispetto al dolore”, si distribuivano “muffuletti cunsati”: pagnottelle calde e spugnose profumate di olio d’oliva, origano, sale e pepe. I più raffinati vi mettevano l’acciuga o una “grattata” di caciocavallo fresco. Si accompagnavano con una sorsata di vino. Naturalmente ognuno mangiava accanto alla tomba dei propri morti.

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