De Aetna. Il vulcano nella letteratura

I lunedì di Kalós
De Aetna

De Aetna. Il vulcano nella letteratura

Articolo tratto dalla Rivista Kalós n.1 del 1992

*Di Sebastiano Addamo

Sebastiano Addamo, scrittore, è nato a Catania dove vive. Tra i romanzi e le opere in prosa: Il giudizio della sera (Garzanti, 1974); Le abitudini e l’assenza (Sellerio, 1982); Palinsesti borghesi (Scheiwiller, 1987) e Racconti di editori (Scheiwiller, 1991). Tra le raccolte di poesie: II giro della vite (Garzanti, 1983); Le linee della mano (Garzanti, 1990). Ha svolto attività pubblicistica.

Il vulcano nella letteratura: da Giovanni Verga, Empedocle a Guy de Maupassant; un mito che da sempre ha acceso la meraviglia e l’immaginazione dello spirito umano.

Fu certamente motivo di meraviglia e di raccapriccio, a proposito dell’eruzione dell’Etna del 1775, il fenomeno “straordinario…sconosciuto alla fenomenologia vulcanica” di cui parla J.Houel (Viaggio in Sicilia e a Malta, Palermo 1977). Dall’Etna siamo abituati a vedere scorrere fuoco, Houel vide che scorreva acqua. L’Houel, utilizzando pure le esperienze del canonico Giuseppe Recupero, parla di quest’acqua che scaturisce dal vulcano, “l’erompere di un immenso torrente proveniente da un cratere che sembrerebbe destinato a emettere fuoco”. Forze distruttive, immense, catastrofiche vengono fuori dal vulcano, distruggono campagne e paesi, come l’eruzione terribile del marzo 1649, quando le colate distrussero nove villaggi e raggiunsero Catania, distruggendola parzialmente, si inoltrarono nel mare per più di un chilometro e con un fronte di due chilometri. “Il mostro” lo chiamò Guy de Maupassant in un capitolo della sua Vie errante. Venne pure denominato Mongibello, forse Monte bello. Arturo Graf fa derivare il termine dall’unione di due nomi comuni di significato eguale: uno, italiano, che è monte; l’altro, arabo, che è gibbel, e significa pure monte. È furioso vomitante, complesso e metamorfico, a ogni eruzione muta fisionomia e conformazione, escono nuovi coni, altri scompaiono. Si tratta di gruppi eruttivi, “i neri figli dell’avo” li chiamò Maupassant, che ne contò ben 350. Dovette atterrire e spaventare gli uomini. Si dice che Empedocle, spinto da interesse scientifico, sia caduto dentro il cratere. Forse è qualcosa di più e di diverso. Quel fuoco ribollente, quel magma sepolto, acquattato, che d’improvviso insorge, sembra esprimere l’essenza e il principio delle cose che il pensatore aveva elencato nelle quattro radici. Forse Empedocle ne sentì il fascino, l’attrazione, forse per lui ci fu una spinta verso il ritorno, che è il principio, una sorta di passione di ricongiungimento con l’elemento che può apparire la radice di tutte le radici. Il fuoco, il caos primigenio, il principio, l’origine di tutte le cose. Il luogo di una vita mobile e che pure è matrice di contrasti elementari, immobilità e movimento, morte e vita, stasi e cangiamento; un gigante immobile, e tuttavia si squarcia, pieno di bocche, pullulante di animazione sotterranea e a un tratto si trasforma in un ente che distrugge la vita che ha propiziato.

Le fucine di Efesto

Si capisce subito che è luogo di miti e di leggende. Omero nelle sue viscere colloca le fucine di Efesto; nelle sue pendici cavernose vivono i ciclopi, il loro unico occhio potrebbe essere il simbolo del grande anello del cratere; sebbene sia stata fornita nell’Ottocento, a opera di un certo Giambattista Barresi un’altra lettura, fantomatica più che fantastica, i Ciclopi venendo considerati i primi minatori, per cui il loro unico occhio sa-rebbe la lucerna che i minatori usano sistemare sulla fronte. Nel Medioevo, mentre Dante riconduce il fenomeno vulca-nico a cause naturali, il fumo dell’Etna provenendo, dice, “non per Tifeo, ma per nascente zolfo”, nel medesimo Medioevo fiorirono leggende raccolte da Arturo Graf (Miti, leggende e supersti-zioni del Medio Evo, Torino, 1893) e si parla di un luogo dell’Etna “dove si crede sia il purgatorio, vicino alla città di Catania”, mentre ad opera di scrittori inglesi, tedeschi, francesi viene narrato – sia pure con varianti – come re Artù fosse stato trasportato dalla fata Morgana addirittura dentro l’Etna dove fioriva una città del tutto nascosta e articolata, e il monte costituiva “la curia, o corte, di re Artii”, che è una commistione di riti nordici e di cultura mediterranea, forse un aspetto della irruzione del mondo franco-normanno e del suo prevalere in Sicilia. Le spiegazioni scientifiche non sempre attutiscono la forza dell’immaginazione, e così in pieno Settecento, il gesuita Giovan Andrea Massa poteva chiedersi se l’Etna non fosse uno sfiatatoio dell’Inferno, un Inferno dunque non soltanto certo dentro la fede, ma addirittura fisico e tangibile, e l’Etna in di-retta comunicazione con esso, un suo sfiatatoio. È che i miti nascono da terrore e da stupore, da incantata meraviglia, e un vulcano come l’Etna suscita visioni insieme orride e fantasiose, terrore tenace unito a un senso di grandezza, quasi concreta manifestazione del sublime kantiano, quello che nasce dalla dismisura e dalla terribilità, risultante dal rapporto tra la impotenza dell’uomo e le forze scatenate e indomabili della natura.

Esso può dar luogo a manifestazioni coloristiche, come per Nino Savarese il quale vi scorge “giuoco di contrasti…il nero della lava sembra a volte accostato…al bianco delle nevi o all’azzurro del mare”, in fondo quel medesimo giuoco che l’acquarellista Peter De Wint illustrò in una tavola del suo Sicilia?? Scene?), (Londra 1821), dove l’Etna grandeggia immobile e aggrovigliata, immersa nelle nuvole, degradante verso Catania e l’azzurrità del mare.

L’escursione del cardinale Bembo

Ma la visione raramente è di calma, bensì continuamente mossa, variegata e plurima. Maupassant parla di “monte sor-prendente, uscito dalle nuvole ed annegato nel cielo”, Pietro Bembo, nel suo De Aetna (Sellerio, Palermo 1977) adopera il termine “Stupefacente”. “Questo monte – dice – per la posizione, la forma, la grandezza, la fastosità e le eruzioni, è stupefacente”, ma anche per la fecondità del terreno, la molteplicità e varietà delle colture. “La terra – aggiunge – è ricca dei doni di Bacco, di Pallade, di Cerere”. Bembo si trovò, durante la sua escursione, nella fortunata coincidenza di po-ter assistere agli inizi della eruzione, presumibilmente quella del 1444. Così la de-scrive: “Nella parte in cui si era aperta una fessura prese a nascere un fiume di lava ardente, e proprio fra i nostri piedi piombarono sassi infuocati da esso proiettati”. Adopera i termini di “straordinario” e di “stupore”. Quello di Bembo è lo sguardo dell’umanista, nel quale si riflette lo spirito della classicità e il culto della forma e dove anche una realtà orrida si muta in teatro mobile e cangiante.

Trema Catania

L’altro aspetto del vulcano, quello della potenza e della violenza, della distruzione senza riparo, viene visto da Andrea D’Anfuso, che rappresenta la eruzione del 1408 in un “Canto” a suo tempo definito da Pasolini “fisicamente potente”. In realtà, la scelta terminologica dà il senso della pietrosità e della furia devastatrice. “Trema Catania e ancor di più trema Dei” è detto a un tratto. Viene aggiunto: “Trema la terra e treman tutti quanti”. C’è questo crescendo nel “Canto” quasi venga onomatopeicamente seguito il precipitare e l’accavallarsi delle colate: “si fece ardenti curriri da susu/come frissi acqua”. L’immagine dell’acqua, che si ritrova pure in Bembo, viene dal D’Anfuso replicata, metafora del penetrare, del cospargere, del diffondersi e si concreta nel trascinamento e nel travolgi-mento come di un fiume in piena e il flusso della lava verrà di-fatti assimilato a un “gran fiumi, tantu ardenti curri”, e si parlerà di “fiumara” come di ingrossamento senza limiti, di un precipitare inesauribile. Subentra l’orgasmo della fuga. D’An-fuso parla di “gran tirruri”, poiché non rimane altro davanti a “questa cosa tantu paurosa”.

Sul tema del disastro e del terrore insiste il Denon (Settecento italiano – I viaggi di Dominique Vivant, Denon e R. de Saint Non, Palermo, 1971), il quale cominciando la sua escursione vede da lontano formarsi “una piccola nuvola…perpendicolarmente al cratere”, e annota: “Questo punto mobile cominciò a inquietarmi”. Non dice perché. Ma il senso d’angoscia che immotivatamente la vastità del vulcano produce, è misterioso e indefinibile. Il Denon dappertutto scorge segni di morte e di rovina, “i funesti danni provocati dal vulcano…mare di lava, scorie, distruzione e capovolgimenti…il triste colore di questa cenere grigia”. Per molti aspetti l’Etna è la Sicilia. A chi viene dall’Est co-me lo scrittore Lawrence Durrell (Carosello siciliano, Sellerio, Palermo 1985) che proviene dalla Grecia, la Sicilia può appari-re “gettata nel centro del canale come un pianoforte da concerto”, ma l’Etna è dappertutto e a Catania “sembra sfondo di tutte le strade principali”. Provenendo da fuori, la Sicilia può apparire un grande, irto scoglio rovente che a sua volta sembra la base scenografica di quell’altro altissimo scoglio che sopra di esso si leva, ed è l’Etna. Il bianco della neve e la perenne striscia di fumo in cima, danno un senso quasi di equivoca leggiadria. Naturalmente, è diverso il quadro quando si percorrono i suoi tornanti e la vastità dei suoi silenzi, quegli scoscendimenti, le forre, gli anfratti, i burroni, le sconfinate vallate e il più sconfinato orizzonte di pietre laviche che nelle loro forme sembrano nudi cadaveri abbandonati da secoli, mentre tra il nero metallico del terriccio spunta la ginestra e dà il segnale della ripresa che sta iniziando. È come se ogni se ogni volta si assistesse contemporaneamente al rito della vita e della morte. Per questo, ai tanti viaggiatori che nel tempo l’hanno percorso, un viaggio in Sicilia è potuto apparire quasi un viaggio nella vita, quasi che qui celebrano i loro fasti il giorno e la notte, la turgida fecondità e il lugubre sfacelo. L’Etna ne è simbolo sfavillante, distruttore e mortale.

Il viaggio di Tocqueville

Alexis de Tocqueville nel suo Viaggio in Sicilia compiuto nel 1826-27 (Sellerio, Palermo 1981) riassume i vari aspetti dell’Etna, le emozioni che esso suscita. “Uno spettacolo quale le una sola volta nella vita, una di quelle bellezze severe e terribili della natura che fanno rientrare in se stessi e fanno sentire schiacciati dalla proprio piccolezza. A questa grandezza si mescolava qualcosa di triste e di singolarmente lugubre”. Ma poi va più in là. Tocqueville è giunto nella zona dell’Etna provenendo da Palermo e dalle distese del feudo, e ha l’impatto col tramestio, l’affanno laborioso e frenetico che caratterizza la zona etnea: e i frutteti, i vigneti, la smaglianza e la varietà dei colori, tutto questo fa oltrepassare a Tocqueville il piano della spettacolarità, lo fa riflettere sui contrasti e sui rapporti tra gli uomini e il luogo in cui vivono.

Egli muove da quella che chiama “prosperità locale” e la mette in rapporto con la forza distruttiva dell’Etna, ma per giungere alla conclusione che proprio tale forza distruttiva è la condizione della prosperità, sia pure con “difficoltà” aggiunge. Egli lega la prosperità alla esistenza del minifondo che caratterizza l’agricoltura etnea, poiché i signori e i monaci hanno abbandonato le terre per timore delle eruzioni de-vastanti. Le terre le hanno occupate i senzaterra. “La divisione dei beni – nota – è quasi senza limite. Ognuno ha un sia pur minimo interesse nella terra. È l’unica parte della Sicilia dove il contadino è possidente”. L’Etna perciò è lo spartiacque che taglia nettamente la Sicilia del feudo e la Sicilia del minifondo.

L’Etna di Giovanni Verga

Con Tocqueville ci avviciniamo a una maniera meno coloristica e meno esterna di considerare l’Etna, verso una direzione direi antropologica perché considera i rapporti degli uomini con l’Etna e perciò con se stessi; un riconosci-mento che è più della semplice accettazione e molto meno del-la soggezione alla fatalità. È lo stesso sguardo profondo e tenace di Giovanni Verga. Verga non ha approcci elegiaci verso il mondo. Tutto per lui è sottoposto a leggi ferree, angolose e dure. Le leggi della necessità e della sopravvivenza, della lotta per la vita. Perciò la sua scrittura è pietrosa, precisa, riguarda le lotte quotidiane e pazienti degli uomini. Forse non vede salvezze possibili, ma in ogni caso, al di là di tutto, riesce a tener conto di quella che, per Verga, costituisce una delle principali virtù dell’uomo: la dignità. L’uomo di Verga possiede una morale sia pure grezza, ma profonda e rigorosa. Comprende e riconosce. Come il personaggio di Don Marco nella novella I galantuomini. L’Etna sta distruggendo tutto e Don Marco accorre al suo podere, contempla in silenzio la rovina del lavoro di tutta una vita che l’Etna sta provocando. È nel rapporto con le cose semplici del giorno e della vita che si ritrova la grandezza del personaggio verghiano. All’intorno non c’è che fumo e sfrigolio di alberi che ardono investiti dalla lava, gente che piange e si affanna a portare via qualcosa che resta. A Verga l’Etna appare come distruzione, ha il volto del destino. Don Marco rimane fermo. “Ormai non ha più nulla”, scrive Verga. Non piange, non si dispera, non compie alcun gesto inutile e retorico. Verga gliene fa compiere uno solo, del tutto significativo: egli bacia “il rastrello della vigna un’ultima volta prima di abbandonarla e se ne tornò indietro, tirandosi per la cavezza l’asinello”. Don Marco è l’uomo che sa, che comprende. È l’uomo verghiano. La violenza manifesta il destino, il volto della fatalità che talvolta può assumere i contorni giganteschi e minacciosi di un calcano. L’eroe greco sfidava il destino con la disperata certezza della sconfitta, insieme espiando una colpa collettiva. L’uomo di Verga non si dispone a nessuna sfida. Semplicemente, noi sappiamo, come don Marco, la sua lotta consisterà nel ricominciare l’opera quotidiana: non ha da espiare alcuna colpa, bensì da fronteggiare la sventura.

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