Il realismo irreale di Fabrizio Clerici

Il lunedì di Kalós
fabrizio clerici

articolo tratto dalla Rivista Kalós n.2 del 2007
Il realismo irreale di Fabrizio Clerici
Testo di Marco Carapezza*

* Docente di Filosofia e teoria dei linguaggi nell’Università di Palermo.

Una delle mostre più interessanti dell’anno, dedicata ad uno dei maggiori pittori del “secolo breve”: Fabrizio Clerici, personalità notevole dotata di estro, di fantasia, arricchita da una raffinata cultura classica. La mostra illustra e documenta la sua opera, offrendo un valido contributo alla conoscenza di un grande artista.

Da alcuni anni Marsala ci propone un appuntamento di grande rilevanza artistica – non una delle tante mostre raccogliticce che i comuni organizzano in estate nella convinzione che basti una mostra per attrarre turismo –, ma esposizioni di grande qualità, come la mostra sugli “Interni nella pittura italiana”, o quella dedicato a “Renato Paresce” nel 2002. Una bella mostra è difficile da realizzare: serve un posto adeguato, ed il convento del Carmine è un posto ideale, suggestivo ma non al punto da oscurare i quadri, naturalmente suddiviso in sale che aiutano l’articolarsi della mostra; servono i quadri, e una cinquantina di oli ed altrettanti disegni (peraltro di un pittore non molto prolifico) raccontano perfettamente un percorso creativo; serve un bel catalogo e quello pubblicato da Sellerio, con testi di Sergio Troisi, Nicoletta Campanella ed un racconto di chi scrive, lo è senz’altro, quantomeno per cura grafica e qualità delle riproduzioni; serve un critico che abbia un’idea critica, forte ma rispettosa dei quadri, che sono sempre il motivo per cui noi andiamo alle mostre e non leggiamo molti libri di critica d’arte, e Sergio Troisi ha un’idea forte ed ha dimostrato in questi anni di saper proporre capitoli di una controstoria della pittura italiana nel Novecento di cui la mostra di Clerici è forse il punto più alto. Una controstoria non è una storia della pittura italiana fatta attraverso i minori o ravanando nell’elenco dei senza talento, ma è una lettura dell’arte italiana al di fuori dagli schemi cui ci ha abituato una tradizione critica per la quale l’importanza di un artista si risolve tutta nella sua capacità di contribuire o anche aderire alla rivoluzione formale degli inizi del Novecento.
“Fabrizio Clerici non è forse uno dei principi di questo realismo irreale che sarà il segno distintivo del ventesimo secolo?” scriveva Jean Cocteau a proposito dell’amico pittore, individuando una sua caratteristica, quella del “realismo irreale”, che lo accomuna ai grandi pittori visionari e gli rende la propria peculiarità: la veridicità dell’immagine sposata alla creazione immaginifica.
La critica clericiana si è interrogata a lungo sull’inattualità e sulle ascendenze della pittura clericiana: il manierismo per Gustav René Hocke, Il barocco per Raffaele Carieri e Giuseppe Ungaretti, il Settecento per Luigi Carluccio e Patrick Waldberg, o Consolo che del settecentesco Cavalier Clerici fa il protagonista di Retablo, uno dei suoi romanzi più felici. L’Ottocento stendhaliano per Alberto Savinio, ma anche l’Ottocento romantico e le atmosfere surrealiste. Lo stesso Clerici ha in qualche modo coltivato la sua inattualità facendone schermo del suo mistero metafisico, ma ha ragione Troisi a mettere in discussione quest’assunto della riflessione critica sul pittore: “il nodo irriducibilmente moderno della sua produzione è probabilmente questa visione di un tempo (il nostro) già oltre il disastro”. A dispetto della sua apparente inattualità, Clerici fu attualissimo nel riprendere temi della cultura letteraria e filosofica novecentesca, come il tema della colpa che ci sovrasta, si guardi allo splendido Minotauro che accusa pubblicamente la madre del 1948 e ripresa poi negli anni seguenti. Minotaure è anche il titolo di una rivista surrealista (1933-1939), la più bella rivista mai realizzata e con il tema del Minotauro si è confrontata tutta l’arte surrealista. Ma assai differente è la prospettiva con cui lo dipinge Clerici, non c’è il Minotauro isolato, ma una grande misteriosa struttura architettonica che poggia sul labirinto, il luogo della segregazione costruito per la creatura mostruosa, l’architettura trabocca di gente così da fare pensare ad un immenso arsenale di formiche, come scrive Raffaele Carieri, il grande vuoto attorno che lo circonda e lo isola è quello metaforico della ineluttabilità della condanna. La denuncia del Minotauro è vana. Incolpevole e vittima delle voglie perverse della madre, Pasifae, che s’innamora del toro da cui si fa ingravidare, il Minotauro è già stato condannato, come il sig. K di Kafka, o come lo furono i milioni di persone vittime del fanatismo novecentesco. Lui è il figlio della colpa e per questo è condannato a stare in un labirinto. Tutto sarebbe però vano se l’opera non fosse il risultato di una grande sapienza compositiva e soprattutto della forza di un quadro dipinto bene. Non è banale ricordarlo, oggi che molti artisti dichiarano che saper dipingere non ha niente a che fare con l’arte.
E così per altri temi clericiani, dal labirinto, alle metamorfosi, alle archeologie. Tutto sembra parlare di ciò che è già avvenuto, noi siamo in qualche modo sopravvissuti a ciò che è avvenuto: lamette (Dalla mia finestra, 1975), spille da balia (Banco di spille fossili, 1959, o L’età della balia, 1960), pennini, mollette diventano fossili o relitti preistorici della nostra civiltà industriale. Relitti come lo sono Barca solare (1967), i Due templi dell’uovo (1956), o i detriti della Venezia senz’acqua (1955). Tutto è allo stesso tempo contemporaneo e inattuale. E noi siamo spettatori di questo mondo vitale eppure senza vita come sono i siti archeologici.
Una peculiarità di grande interesse di questa mostra è senz’altro quella di avere riproposto frammenti di film che hanno ispirato l’opera di Clerici o che al contrario hanno tratto ispirazione dall’opera di Clerici. Proposte innovative e convincenti che arricchiscono la formazione culturale del pittore fin qui indagata e danno conto iconologico della capacità di questo pittore di essere stato una fonte di ispirazione per territori contigui, e non solo per la sua attività di scenografo per teatri come la Scala di Milano, il Maggio fiorentino, o il Teatro Massimo di Palermo. Attività per la quale è considerato uno dei maestri del Novecento, che ebbe un’eco vastissima che ancora non si spegne. Ma anche per le incursioni nel mondo glamour della moda e del design che, come dimostra Nicoletta Campanella, da Schiaparelli a Jean Paul Gaultier allo stesso Fornasetti ha attinto a piene mani dall’immaginario clericiano.
La vertiginosa immaginazione clericiana ci guida in un territorio di straordinaria complessità culturale, che riesce ad avere ragione tanto di autori e miti inesplorati, quanto di autori ampiamente conosciuti. Ma se i primi diventano apparentemente subito familiari, come Nascita di Horus 1969, o il Corpus hermeticum, uno dei capolavori assoluti, un quadro di straordinaria complessità iconografica, i secondi, quelli noti, diventano misteriosi, un fatto banale seppur triste, come quello dei cavalli imprigionati nei box dell’ippodromo fiorentino durante l’alluvione del 1966 diviene una straordinaria rappresentazione di architetture e morte: I cavalli dell’Arno. “La pittura di Clerici, oltre che imporsi come malia puramente formale, fa pensare” scriveva Praz.
Ogni mostra ha qualche pecca e non vogliamo esimerci dal trovarne; una è senz’altro nell’assenza della Grande confessione palermitana 1954 un quadro strepitoso, tra i più belli mai dipinti su Palermo e tra i meno conosciuti in questa città, pure oramai così attenta alla ricostruzione della sua storia. In mostra si trova una Media confessione palermitana. Il ciclo delle confessioni palermitane rappresenta una straordinaria interpretazione del barocco siciliano, dove le fatue ed elegantissime dame rococò di Serpotta confessano i loro peccati ai corpi mummificati dei Cappuccini di Palermo, ma anche di Savoca, che Clerici vide in un viaggio in Sicilia negli anni ’50 (in quegli anni ancora di Serpotta non parlava nessuno).
Il rapporto di Clerici con Palermo e la Sicilia fu stretto e intenso, e guidò il pittore a venire più volte in Sicilia per visitare i suoi siti archeologici, per illustrare un’edizione del Gattopardo, per realizzare i bellissimi disegni della statua di Mozia – la storia di uno di quei viaggi è il tema di un mio racconto nel catalogo della mostra. Un rapporto forte anche per l’intensità delle amicizie siciliane e la qualità dei suoi collezionisti, ma fu anche un’occasione perduta per l’insipienza delle amministrazioni cittadine che non hanno colto la possibilità di avere nelle collezioni museali la Confessione palermitana. Un quadro che dovrebbe assolutamente trovare posto a Palermo.