Le giornate di Pasqua a Palermo

I lunedì di Kalós
cattedrale Pasqua

In Palermo. Memoria di una capitale l’autore racconta di un viaggiatore che nella primavera del 1863 giunge a Palermo per studiarne i tesori d’arte. Sotto la guida di uno studioso palermitano, il protagonista scopre puntualmente non soltanto chiese, palazzi, dipinti e sculture, ma anche i personaggi di un’epoca, i fatti storici, i modi di vivere, pensare, il cibo di questi luoghi, compiendo un’esperienza umana ed estetica esaltante. Questo resoconto di viaggio, arricchito da una sezione di schede illustrate da preziose immagini di monumenti e opere d’arte di Palermo, descrive con dovizia di particolari e rigore documentario una città che rimane depositaria di una cultura unica e sorprendente.

Di seguito alcuni brani tratti dal volume che descrivono la città durante i giorni dedicati alla celebrazione della Pasqua.

3 aprile, Venerdì Santo, al pomeriggio

La processione dell’Addolorata della Soledad

V’è oggi nell’aria qualcosa di angoscioso e di spirituale, il senso di un’attesa drammatica che la pioggia leggera e triste fa ancor più gravoso. Qui i riti della Settimana Santa sono intesi col medesimo senno degli ultimi giorni del mondo, col richiamo estremo e irripetibile al peccatore a convertirsi prima che il tempo scada. Anche l’incallito a’ vizj oggi si fa pio, si disciplina a sangue, si corona di rovi. Lunedì alla Favorita, che per l’occasione il Re apre ai profani, mangerà il crasto, l’agnellone alla brace, le salcicce e le interiora che, come in una necessaria iniziazione, io già ho assaggiato. Dopo il crasto e dopo golle di vino forse martedì metterà mano al coltello, e scannerà un suo simile. Crasto m’interessa codesta parola, che qui vale, se riferita a un uomo, per “cornuto”, “infame”, “sbirro”. È curioso. In questa forma, che la metatesi di una lettera trasmutò da “castro, castronis”, sta curiosamente scritto un duplice senso: il cras, il domani cui si rinvia la penitenza o, al contrario, l’orgia mangereccia; e il Cristo che oggi si martira. Strani questi palermitani, che tra gli opposti del crasto e del Cristo fanno in un fine settimana tutto il percorso dalla redenzione alla degradazione, e viceversa.

Oggi G., ch’è persona moderatamente chiesastica, vuole che assista alle processioni della Passione. La fede de’ divoti, che non dubito sincera, qui si veste d’esaltazione e il teatro, le mascherate di centurioni, madonne e maddalene, cirenei e Pilati, sono pura realtà: oggi non si va dietro a un ciabattino che, per promessa, si pone parrucca, barba, corona di spine e croce sulle spalle, non si segue l’urna a vetri con la statua (ah, quanto brutta!) d’un Cristo morto; oggi davvero si trascina il Redentore sul Golgota e se ne conduce il corpo offeso per le strade, eseguita la sentenza sul patibolo… Siamo all’una del pomeriggio e percorriamo il Cassaro: molti de’ cortei stanno per uscir dalle chiese, dalla Madonna del Lume ai Casciàri, dalla Madonna dell’Itria dei Cocchieri, da San Niccolò da Tolentino, da San Matteo. L’aria è caliginosa d’incensi che stordiscono ed eccitano la pietà, più selvagge fanno erompere le urla e fragorosi i pianti, più fervorose le preghiere. Un suono lugubre dà il tempo a questi misteri dolorosi: sono i crepitacoli che impongono ai portatori di arrestare i fercoli, o di riprendere il lento e faticoso incedere. È come il battere del becco d’una cicogna, che annuncia la morte invece che la vita… Giungiamo già all’altezza della Cattedraleove incrociamo la sfilata dell’Addolorata della Soledad, che da poco è uscita dalla chiesa de’ Trinitarj. Il corteo s’è fermato all’angolo dell’Archiepiscopio, sotto il balcone del Cardinale. «Chi è quel personaggio che, assieme al sindaco e al capo della Polizia, segue il fercolo del Cristo Morto?», chiedo a G. indicando un notabile dall’aspetto altero che, abbigliato con tutte le onorificenze dei Savojardi, mi pare adorato e riverito più che il simulacro sulle cui peste s’è posto…

«Non fate cenni, per carità!». Non ho mai visto finora G., solitamente spavaldo e sarcastico, impallidire come in questa circostanza… È come se a un seminarista effeminato abbia fatto vedere il demonio sotto le apparenze di una donna ignuda… Mi tira verso un angolo meno affollato…

«Dovete intendere che qui non siamo a piazza della Signoria, dove ti puoi mettere sotto l’Ercole e Cacco e financo canzonare i passanti e uccellare il sindaco… basta una taliata storta, un cenno malinteso che puoi scavarti il fosso pel tabuto. Quello che avete visto, quel satrapo più potente del Cristo crocifisso è il principe di Sant’Elia, il delegato del Re a rappresentarlo alle funzioni religiose della Settimana Santa…».

Il nome non mi dice granché, ma i baciamano, gl’inchini al suo passare, persino le benedizioni dell’Arcivescovo affacciato al balcone mi danno contezza che costui dev’essere uno di quelli che qui chiamano mammasantissima: non si capirebbe, diversamente, perché sia lui l’emanazione del Re e non, come sarebbe naturale, il suo Luogotenente nell’Isola. Continuo tuttavia a non comprendere le ragioni del terrore di G. persino a profferirne il nome…

«Ora non mi pare il caso di spiegarvi alcunché: vi do solo due date, il 1° ottobre 1862 e il 13 gennajo scorso…». Quei due segni sul calendario, più eloquenti di qualunque glossa, mi ammutoliscono, e mi fanno balenare, nel bujo denso di due notti, i bagliori taglienti di tredici pugnalate… «Andiamo, son già le tre… l’ora in cui s’oscurò il cielo e si squarciò il velo del tempio… Passerò dall’Ecce Homo di Sant’Antonio per dir qualche divozione… voi, se v’aggrada, andate a riposarvi…».

Cattedrale Palermo

4 aprile, Sabato Santo, al mattino

Alla Favara

Confesso di sentire un certo rimorso, come una puntura sulla coscienza pur riconoscendomi in tutto incolpevole. Il signor G., per l’impegno che ha preso a sostenere la mia missione, s’è quasi scordato d’avere una famiglia, d’esser onerato di oblighi paterni e maritali, di dover presenziare – in questi dì di festa – ai pranzi (invero men che monastici) della sua casa… Che io sia la sua salvezza? Che i sopralluoghi a cui m’accompagna siano il diversivo a una vita, ormai tarda, diversamente grama? Avevo pensato di dargli congedo per quest’oggi, manifestando il mio imbarazzo per l’ufficio che lo distoglie dalle mura domestiche…

«Non ci penso neanche!», mi ha risposto con rabbiosa apprensione, «avete da continuare i vostri giri, e senza di me mi pare difficile che possiate andare a buon effetto…».

Dice “continuare”, invece che “concludere”: vorrebbe che questo mio viaggio non avesse fine, che proseguisse in un’oltranza interminata, quasi il salvacondotto per una libertà che inevitabilmente presto volgerà al termine. S’aggrappa a me, all’ufficio cui si sente vincolato come un naufrago al troncone d’una barca, certo che quando giungerà un naviglio a salvarlo quello sarà il vero disastro…

«Oggi, vigilia di Pasqua, andremo fuori città, alla Favara…».

È una specie di gita la visita che ci attende, o almeno egli la vede così… La sua pietà, peraltro, non è lesa: le chiese serrate di questa mattina, figure del sepolcro che presto sarà infranto, ben si conciliano col suo desiderio d’evadere.

La carrozza imbocca la strada littoranea che conduce alle borgate costiere di Romagnolo, dello Sperone e della Bandita, tra le più amene che il paesaggio marino possa disegnare. La vettura si sofferma presso un piccolo monumento votivo, una Colonnella su cui s’erge una statua dell’Immacolata, benigna protezione per gli uomini di mare, e luogo di stanza per i familiari che ne attendono il ritorno. Ci fermiamo a osservare l’amplissimo golfo che, da un promontorio all’altro, abbraccia il quadro di un cielo tersissimo: le piogge di jeri hanno lavato l’aria polverosa…

Giungiamo alla Favara dopo un’ora di carrozza, dopo aver deviato all’interno verso il Monte Grifone. La strada, a un certo punto, impone d’infilarsi in un vicolo detto del Castellaccio: questo dispregiativo non è peregrino… Ci fu un tempo in cui questi luoghi videro il re coltivare i propri diletti, abitare una natura ch’egli stesso aveva piegato ai propri capricci rifacendo lo scenario de’ personali godimenti corporei. Ora, invece… giungiamo al limitare del vicolo, e una muta di cani (di mànnara, precisa G.) ci accoglie con latrati minatorj, spaventando i poveri cavalli… Anche l’umanità, che per generazione spontanea sortisce dalle casupole ricavate nelle fabriche del palazzo regio, ha qualcosa di ferino: bimbi ignudi guazzano nel fango insieme alle capre che domattina gli daranno un latte putrido, donne che imbracciano cinque o sei pargoli (com’è fruttifero il seme nel degrado…) e imprecano verso quelle pesti augurando per esse copiose scaturigini di sangue… In breve siamo circondati da una folla curiosa, diversa, come esploratori in una tribù nei luoghi del prete Gianni.

«Vassia chi ciercanu? Ccà semu tutti senza picciuli…!».

«Megghiu ca nisciti: stati accura ca i cani hannu pitittu…!».

Comincio a temere di non riportare a casa intera la pelle…

G., invece, mi pare serafico. S’è portato appresso qualche pugno di caramelle e le profonde ai piccoli, procurando zuffe feroci, rischiando di scatenare quelle che qui chiamano ammazzatine… Nel frattempo scambia, in un dialetto comunemente detto ausitanu (credo proprio del quartiere della Kalsa, e – a quanto dicono – il più conservativo), qualche motto con un ceffo che pare il capotribù.

Le parole di G., in quella lingua arcaica e arcana, hanno il potere d’aprirci le porte e di diradare le frotte di quei cerberi: in breve riusciamo a entrare alla Favara2 (figura 67).

«Questo è il più antico tra i sollatia che ci sono rimasti», mi precisa G., «esisteva già al tempo dell’emiro Giafàr, alla fine del dominio mussulmano sull’Isola. Ruggero II dovette innamorarsi di questo sito molto distante dalle mura della città, e trasformarlo secondo i suoi disii in un luogo di delizie…».

«Perché», chiedo, «questo posto è conosciuto anche come Maredolce?».

«Seguitemi, vi fo vedere…».

Mi conduce nella campagna che resta dietro all’edifizio, lussureggiante di agrumi.

«Qui era un gran lago artificiale, intravvedete la depressione foderata di rivestitura impermeabile? C’era persino un’isola in forma di triangolo, dove il re poteva attraccare e godersi i piaceri delle najadi e delle ninfe afrodisie…».

È incredibile come un luogo che doveva essere ameno quanto un paradiso terrestre, giaccia adesso in cotale abbandono… Qui il re andava a pescare su barche d’oro, e se si spargesse la fola che affondarono qui, quei diavoli rivolterebbero la terra per trovarne i frammenti.

  1. mi fa osservare la Cappella dei Santi Filippo e Giacomo che – a suo dire – è l’antica moschea annessa al palazzo emirale.

«Quante abitazioni mutò, qui a Palermo, Maometto?», si chiede con un qualche compiacimento…

Giriamo intorno alla corte interna del palazzo, tra stalle e magazzini di roba vecchia e furtiva. Dove un dì furono i tesori di sovrani avvezzi alla guerra e alle mollezze, ora stanno cianfrusaglie palcoscenico di sorci; dove risonavano i canti delle favorite del sovrano ora s’odono ragli d’asini e belamenti di capre. Ogni gloria è necessario che passi…

È l’ora d’andar via, da questa reggia di derelitti, e G. mi pare un poco in imbarazzo per lo sfacelo in che le autorità tengono la Favara:

«Altrove», ammette, «un posto del genere sarebbe stimato come una delle maraviglie del mondo. Qui, forse, l’abbondanza di ricchezze d’arte ci ha resi tiepidi e dimentichi. Verrà il giorno del risorgimento di Maredolce? Certo noi non arriveremo a vederlo…».

S’appresta l’ora del desinare e – prodigio nuovo! – G. ha deciso di trascorrerlo in casa sua…

6 aprile, Lunedì dell’Angelo, al mattino

Nella strada della Favorita

Per il trambusto che accadde jer l’altro in casa sua il signor G. è oggi rimasto incatenato a’ proprj domestici ufficj, imagino gravosi e sconsolati… Altra compagnia avrò dunque in questo giorno per proseguire il mio esame de’ luoghi significativi di Palermo. Andrò al Monte Pellegrino, il gran massiccio proteso sul mare, che sta a guardia della città e ne custodisce la memoria storica e sacra. Avrò a guidarmi ancora monsignor D.M., che già fu con me martedì trascorso, e don Antonino Salinas, un de’ genj archeologici di questo tempo. È tornato propri’adesso dalla Grecia, e di questo viaggio ha posto a frutto l’esperienza col publicare a Torino un volume carco di dottrina sui Monumenti sepolcrali della chiesa di Santa Trinita in Atene che gli varrà – così dicono – un cattedra universitaria. Quanti anni ha? Ventidue… D.M. ne conta ventiquattro: tutti e due hanno poco più della metà degli anni del signor G., ma già minacciano di mandare in quiescenza il vecchio saggio e nel dimenticatojo le migliaja di pagine de’ suoi studj. Confesso di sentire un certo imbarazzo a far pratica oggi con questa Nouvelle Vague della metodologia della storia dell’arte, dopo giorni di sana e antica erudizione dispensata dal buon mio mentore: me lo figuro in questo istante appresso alle frenesie di quell’artistoide che gli smontò la casa, sbagasciò il buon nome, distrusse le venerate reliquie di una vita d’amorevole collezionista.

Con D.M. e Salinas ci vediamo all’Ottangolo Villeno, da dove una vettura di piazza farà il lungo percorso che – proseguendo dalla via Macqueda – giungerà sino al limitare della contrada de’ Colli. Fuori dalla Porta Macqueda imbocchiamo lo stradone omonimo (che ora vogliono intitolare al vecchissimo Presidente del Senato Ruggero Settimo) e attraversiamo i Quattro Canti di Campagna.

«Vedete?», mi richiama Salinas, «la città nuova volle estendersi come duplicazione della vecchia. E così nel 1778 il marchese di Regalmici, ch’era Pretore, dispose che fosse innalzata una specie di copia dell’Ottangolo all’incrocio fra lo stradone de’ Capacioti e quello di Porta Macqueda1 Lì Marvuglia innalzò il Palazzo Villarosa2 e Giacherì il Palazzo della Cerda3; e poco oltre vedete il Palazzo Genuardi, pel quale si scannarono Di Bartolo e Basile…».

In breve giungiamo al limitare della strada della Libertà, che continua verso settentrione lo stradone di Porta Macqueda.

«Fu aperta nel 1848», continua Salinas. «Lì», mi precisa indicando la man destra prima d’infilarci nella novella strada, «come vedete stanno travagliando allo spiazzo ove costruiranno il Politeama, il teatro diurno… Mi par giusto che comincino a dare spettacoli per tutte le bocche, anche per le meno affinate! Come vi dicevo, la strada fu aperta nel primo troncone nel 1848, tagliando in due il Firriato di Villafranca4, e fu il primo e di fatto l’unico provvedimento che attuò il Governo Rivoluzionario. La cosa bella, sapete qual è? È che quando tornarono i Borbone non abbandonarono il progetto, ma lo proseguirono sotto un diverso nome: strada della Favorita…».

Nessuno spazio per Basile è bastantemente esteso per accogliere le sue invenzioni grandiose: al finire del primo tratto della strada, che ha voluto ornata di alti platani, l’architetto ha pensato d’impiantare un Giardino all’Inglese5 (figura 68). Mi pare questa, da parte del ristaurato regime borbonico, una mossa sottilmente dileggiatrice: voleste la Libertà, parola che allora come adesso puzza di francese? Il principe di Satriano ne arrestò il corso col farvi costruire all’estremità la nuova publica villa, opposta geograficamente e concettualmente alla Flora della Villa Giulia: italiana e geometrica questa, irregolare e nordica quella. Gl’Inglesi qui, d’altro canto, hanno sempre manovrato i fili della politica, “giannizzeri de’ borbonici” come li chiamò qualcuno.

«Basile», attacca D.M., «è persona squisitissima, si fa voler bene da tutti: l’amarono i rivoluzionarj, che gli affidarono il tracciato di questa via, l’amarono i Regj, che gli diedero il progetto di cotesto giardino, l’ama il novo Stato italico che gli ha attribuito tutti i lavori publici… Veramente è un uomo per tutte le stagioni…».

Prodigio! Sento D.M., le cui frasi prudenti a malapena celano un cert’astio satirico, e mi par d’udire il signor G.: vedremo un giorno un stretta di mano tra’ due, sulla testa di Basile…?

«Che è questo rudere?», domando a proposito d’una spezie di magione che sta alla destra, nella contrada delle Croci, al limitare del Giardino all’Inglese.

«Ah, quello…?», mi chiarisce Salinas: «è il Conservatorio delle Croci. Quando aprirono la strada della Libertà il tracciato andò a ricadere, giusto giusto, su questo edifizio ch’era stato la villa di Luca Cifontes… Amputandone un pezzo, ne restava un moncone oscenamente aperto… “Non vi prendete collera”, rassicurò Basile, “il danno ve l’aggiusto io…!”. E costruì, sullo stile dell’epoca de’ Chiaramonte, la facciata sulla strada, una falsa ruina che pare vecchia di cinquecento anni e ne ha solo dieci…».

Il Giardino all’Inglese è quanto di più pittoresco si possa immaginare: Basile ha sfruttato in modo veramente geniale le asperità del terreno, enfatizzando colline e fossati (qui c’erano, a quanto mi dicono, numerose cave di pietre calcarenitiche), impiantando fonti deliziose e alberi immensi: a giudicare dal movimento di dame e gentilomini in questo dì di festa, oso imaginare che le antiche passeggiate della Marina e del Cassaro siano un poco passate di moda.

«Non v’avete a siddiare», riprende D.M. rivolto a Salinas, «ma il vostro Basile un’anticchiedda megalomane lo è… Vedete quella collinetta lì a man destra, vicino al Conservatorio?», chiede girandosi a me: «alla sommità vuol costruirvi una copia del Tempio di Vesta di Tivoli, che egli stesso ha progettato di ristaurare…7 Quanto costerà tutto ciò? Ne’ tempi trascorsi la moneta girava, sotto Franceschiello non c’era penuria di risorse. Ma ora, con la crisi che c’è, col novo Stato che va cercando scecchi morti per tòrre loro le briglie, dove prenderanno i piccioli? Dalle cassette delle limosine…?».

Salinas fa spallucce e una risposta del tipo “S’a futtinu iddi”, di cui ancor cerco il significato, mi fa supporre che all’archeologo poco incline a ricostruzioni e anastilosi importi ancor meno de’ progetti faraonici dell’architetto.

6 aprile, all’ora di pranzo

Sul Monte Pellegrino

Tra una vegetazione lussureggiante, concerti d’uccelli che felicitano il giorno primaverile, la carrozza giunge all’ingresso della Real Tenuta La Favorita, nella contrada de’ Leoni.

«L’è nebbia quella che vedo tra gli alberi?», chiedo ai due duci, stupito di come – entrati attraverso la porta de’ Leoni nel parco – improvvisamente il cielo si sia ingrigito…

«Se, nebbia!», risponde sogghignando Salinas… «Ciarate, annusate ciò che impregna oggidì l’aria, e vi renderete conto che qui non siamo nella Val Padana, ma in un paese di cuccagna…!».

In effetti l’odore non m’è nuovo, e ciò che vedo me ne dà conferma… Tra gli alberi, nelle radure che s’aprono nella vegetazione, innumerevoli barbecue (qui li chiamano fornacelle) sono altrettante are per l’ecatombe di capretti, agnelli, apri, e majali – con tutte l’estensioni interiori di stigghiuola, salcicce e costate – che i buoni palermitani celebrano ogni anno nel dì di Pasquetta. Pare che mesi e mesi di privazioni, d’astinenze, una quaresima che qui per molti dura tutto l’anno, oggi trovino alla Favorita la loro fine giojosa. Ovunque ubriachezze, balli, musiche napolitane (i Borbone hanno lasciato a Palermo un’eredità più duratura di qualunque altro retaggio, la passione del popolo per i canti di Fuorigrotta) sono lo sfogo alla frustrazione d’innumerevoli giorni d’inedia. Il Re nuovo d’altro canto oggi apre la sua tenuta al popolo, perché sfrenandosi adesso gli rimanga fedele fino al prossimo Lunedì dell’Angelo. Giungiamo alle falde del Monte Pellegrino appié della Scala Vecchia, la strada che nel Seicento aprirono per facilitare l’accesso alle balze di questa montagna sacra1. La carrozza (con mio spavento) se ne va, e veggo Salinas abbandonare dietro a un’edicola – che evidentemente è un suo guardaroba – la redingote e il panciotto e rimanere in maniche di camicia…

«Fo l’acchianata in meno di trentasette minuti», dice con un certo sussiego. «Ce la fate a starmi dietro?».

«Andate, don Antonino», lo congeda D.M., «andate: ci vedremo tra due ore, prima del pranzo, fuori dal Santuario».

Salinas è uno di quelli che oggi chiamano sportivi: agile, atletico, amante dell’aria libera e aperta, non tralascia occasione per misurarsi in imprese di quella fatta…

«Qualche volta», maligna D.M. mentre l’archeologo con uno scatto in pochi minuti è già sul finire della prima rampa, «ci rimetterà qualche gamba: vedete come sono sdrucciolevoli le ciache, le pietre di cui è lastricata la Scala?».

Monsignore, d’altra parte, è la flemma incarnata. Ponendosi a braccio a me, imprende lemme lemme il cammino mostrandomi le pareti aspre della montagna, i massi enormi e spaventosi che a più riprese si staccano dal Monte e disegnano un paesaggio orroroso.

«È un gigante fragile, a ogni pioggia l’acque ne disciolgono le fibre calcaree, vi scavano interstizj e vene freatiche, cosicché il gutta cavat lapidem qui è più lesto che altrove».

Man mano che ascendiamo, la città sotto i nostri piedi si fa minuscola, le sue miserie e le sue glorie si dissolvono nelle stesse nuvole di fumo che s’innalzano dal parco sottostante, indizj odorosi di quei banchetti boscherecci. La fatica di chi come me e a differenza di Salinas non è allenato a queste prove, accende pensieri ora malinconici, ora spirituali, ora di sollievo. Cinquecent’anni fa Francesco Petrarca, in un giorno prossimo alla Pasqua, ascendeva al Monte Ventoso: aveva il core grave di dilemmi laceranti, come se quella salita la facesse con un carco di pietre in una gerla sulle spalle. Per mia fortuna non oscillo tra que’ dissidj, poiché il mio amore è terreno e spirituale a un tempo, e queste due anime non si fan guerra. Nondimeno, un senso d’amarezza mi attosca la lingua, e non è solo la fatica… A breve tornerò alle mie contrade, ed è tempo di computare la misura di quest’esperienza. Ho riempito quinterni di fogli con appunti, disegni, descrizioni: quanto ne so di più rispetto a dieci giorni fa…? Questa salita servirà per rifletterci…

Frattanto Salinas, come Gherardo Petrarca, sale lesto, leggero, agile come un capriolo…

«Senza mai Iddio», riprende D.M. con una locuzione la cui oscurità farebbe impazzire Eraclito, «avesse a cadere, o peggio gli accadesse un crepacore, può restar lì: chi lo salverebbe…?».

Penso al povero archeologo, e spero per lui non sia superstizioso giacché da quando abbiam cominciato la scalata due o tre volte D.M. gli ha già tirato i piedi…

Quando arriviamo in cima, dopo soste innumerevoli e un’ultima discesa fatta proprio per chi giunge con la lingua penzoloni, Salinas è stravaccato presso un chiosco ai piedi del Santuario, un fazzoletto bagnato sul capo e stramutato…

«Trentasei minuti e due secondi…!», soffia in un filo di voce, «voglio scendere sotto i trentasei…».

«Scusate», chiede un poco maliziosamente D.M., «ma per caso dovete prendere un pallio? Con chi gareggiate…?».

«Con me medesimo, ovviamente… Non c’è inimico peggiore di me stesso…».

Mentre i due si canzonano mutuamente, osservo il paesaggio che dal pianoro estende il guardo fino al Santuario di Santa Rosalia (figura 69): la facciata, incastonata tra le rocce, è quella di una povera chiesa di campagna. Intorno, monaci, eremiti e mendicanti attendono ognuno per proprio conto che la Santa manifesti in qualche modo la sua benevolenza: un tozzo di pane, un’illuminazione che renda meno aspra la solitudine, qualche gioja secolare…

Entro nel Santuario e… non trovo frasi adeguate a descrivere la sorpresa che si ha all’ingresso attraverso il prospetto, in realtà una quinta che occulta il varco alla Grotta. Le brulle e spaventose pareti di roccia, sgraffiate da millenni di piogge, hai l’impressione che stiano per chiudersi sopra di te o crollarti addosso… Ti pare d’entrare in uno di quei templi indù ricavati nei luoghi venerabili di qualche santone, e t’aspetti che da un momento all’altro abbiano a scendere frotte di scimmie pronte a rubarti il cibo, a tormentarti come diavoli salterini. Entro in quell’antro misterioso, raggiunto da Salinas e D.M. nelle more di riavermi dallo stupore. L’interno della Grotta di Santa Rosalia (figura 70) è dominato da un silenzio che fa tremare: lo sgocciolamento delle acque attraverso canali di piombo, acque risalenti a piove millenarie che si son fatte spazio tra le viscere della roccia, cadenza preghiere sommesse, pianti muti, dolorosi battimenti di petto. In un canto sta il baldacchino che custodisce il sepolcro della Santa, raffigurata in istatua distesa come a riposare o ad ascoltare la melodia dell’angelo che le suona accanto. Dentro i cristalli dell’urna, che dovrebbe riprodurre la dimessità d’una vita anacoretica, tutto è sfarzoso, abbacinante, sfacciato: il sajo che doveva indossare in questa solitudine s’è tramutato in una veste d’oro, la carne in marmo finissimo, il teschio della vanità in un soprammobile prezioso.

«Quando nel luglio del 1624 scoprirono il locus depositi della Santa», mi spiega D.M., «ne trovarono i resti atteggiati in questa posa, come se – esalando l’estremo sospiro – la Santa si trovasse nell’estasi d’una apparizione divina…».

«Io, caro Jachinu», interviene Salinas volto a D.M., «parlo da archeologo, e da archeologo vi devo dire che a giudicare dallo stato in cui trovarono quelle ossa (in tutto assorbite dal calcare di che abbonda questa grotta), non è possibile che risalgano al secolo duodecimo. In quattro secoli non si può giungere a tale risultato di fossilizzazione… Delle due dunque l’una: o Rosalia Sinibaldi visse a’ tempi di Noè, o quella che venerate come sua tomba è in realtà una inumazione preistorica…».

D.M. inorridisce a quelle che gli rassembrano le bestemmie di un positivista d’accatto… Se lo trascina fuor della grotta, forse per evitare che la discussione trascenda in questo luogo sacro o che – miracolosamente prendendo vita – la statua della Santa adontata percuota Salinas col suo bordone d’oro. Io, per parte mia, mi siedo a una scranna: il freddo e l’umidità, l’incenso e il salmodiare a poco a poco ti stordiscono… Non importa se quello che tutti i palermitani adorano come il Santuario rupestre della loro patrona sia in realtà una tomba più antica: qui la ragione non ha valore…

Esco dalla Grotta più alacre… trovo D.M. e Salinas seduti a un muretto a sbocconcellare pane e fichi, offrendomene quel tanto che consente il frugale picnic.

«Tra breve arriverà la sedia volante coi muli», rassicura D.M. «Anche se allo scendere tutti i santi ajutano, è meglio non rischiare qualche scivolone…».

Scendiamo quando già le diciassette sono suonate da un po’. Il tempo stringe, e ho ancora da preparare i bagagli…

Monte Pellegrino

Testi tratti dal volume Palermo. Memoria di una capitale di Francesco Paolo Campione.