Le torri di Raisigerbi

Il lunedì di Kalós
Le torri di Raisigerbi

Articolo tratto dalla Rivista Kalós n.4 del 2010

Le torri di Raisigerbi

Testo di Rosario Ribbene
Studioso di fortificazioni costiere.

L’ultima testimonianza dell’antica tonnara di Pollina risalente alla seconda metà del XV secolo sono le due torri di difesa, ormai inglobate all’interno di un villaggio turistico e che necessitano di un urgente restauro.

L’affusolata formazione rocciosa che si incunea tra le acque limpide del mar Tirreno, delimitata da spiagge assottigliate dall’avida ed indifferente avanzata dell’erosione marina, in un territorio caratterizzato morfologicamente dalla presenza di versanti molto acclivi che degradano verso il mare e da un susseguirsi di insenature di piccole dimensioni, continua ad offrire scorci di paesaggio dai rimandi romantici. Sul toponimo di Raisigerbi ebbe a scrivere lo storico Fazello nel 1558, affermando che: “viene incontro Capo Rasichelbi, detto così, oggi, da un saraceno una volta Capo-pirata, che spesso faceva lì le sue soste”.1
La possibilità di approvvigionarsi di acqua dolce presso il fiume Pollina, la protezione offerta dalle poderose strutture rocciose di Raisigerbi, la presenza di una attività economica su quei litorali quale l’antica tonnara – di cui oggi non rimane alcuna traccia – hanno senza dubbio stuzzicato gli interessi di razzia dei predatori marittimi, come documentato dalle incursioni che si susseguirono tra il 1592 e il 1595.2
Oggi i pirati barbareschi avrebbero qualche difficoltà a sbarcare su questo tratto di costa. I loro sguardi, si scontrerebbero con un paesaggio ben lontano dall’essere una fonte di prede ambite. La forte erosione ad opera del mare ha creato una situazione di rischio per le infrastrutture viarie (linea ferroviaria e strada statale SS. 113) presenti nella zona, tanto da indirizzare verso interventi volti alla realizzazione di opere di protezione e di difesa della costa rappresentate da muri di sostegno in c.a. costruiti alla base dei versanti o muri a secco, costituiti da blocchi di grosse dimensioni. Le chiglie delle loro imbarcazioni avrebbero certamente non pochi problemi a raggiungere le odierne spiagge longilinee. Non vi sono più né la vecchia tonnara dove il prezioso pescato si lavorava e si conservava nelle botti, né i bagli ricchi di stalle e i vecchi trappeti.
Nonostante ciò qualcosa rimane. Immerse all’interno del villaggio Valtur di Pollina, in un’area sistemata a giardino – che paradossalmente ha finito per svolgere una certa funzione di salvaguardia – ecco spuntare due torri costiere di avviso, silenziose testimoni di una estenuante resistenza contro nuovi e ben più temibili perigli.
Sono le torri che difendevano l’antica Tonnara di Raisigelbi, stabilimento la cui memoria documentale si può far risalire alla seconda metà del XV secolo. Di quest’ultima non rimane più alcuna traccia. Nella seconda metà del XVI secolo fu deciso di difenderla con una torre, dato che le attenzioni dei barbareschi erano ormai divenute insostenibili. Il pericolo incombente sulle genti isolane per via delle incursioni barbaresche, rendeva necessari interventi capaci di tutelare queste fonti di produzione economica. L’evidente pressione di queste esigenze di maggiore sicurezza si materializzò nella realizzazione di singole torri con le quali venivano difese tonnare, trappeti, bagli, e magazzini.
Soprattutto a partire dal Cinquecento, la pesca del tonno rappresenta una tra le attività maggiormente redditizie per l’economia isolana e fra le concessioni feudali più ambite, il diritto di calar tonnare occupa un posto di grande rilievo. L’ambito territoriale della Mensa Vescovile di Cefalù nell’esercizio di tale privilegio interessava un tratto di costa che andava dal Fiumetorto (nel territorio di Termini Imerese) a Caronia, ove tra le tonnare in esso ricadenti si menzionavano quelle di “Mazzalufurno, di Raisegelbi, cioè di Finale, di Pietra del corvo, di Crivella o Caldura, di Battilimano cioè di Bonfornello, di Capo Plaia, di Roccella, di Cefalù, di Tusa, etc”,3 e fino al cosiddetto scoglio della Colubra a Caronia.
La presenza di una attività industriale così importante e l’importanza strategica del sito – considerato che da quella posizione era possibile avere una visione ottimale della costa verso est e verso ovest – spinse verso l’edificazione di una struttura in grado di assolvere alle pressanti esigenze di difesa. Nella licentia aedificandi dell’11 dicembre 1624 – rilasciata a monsignor Stefano Muniera (vescovo pro tempore di Cefalù dal 1621 al 1631) per l’edificazione della torre Battilamano4 – è possibile rintracciare notizie fondamentali per collocare temporalmente la fondazione della torre a difesa della tonnara di Raisigerbi. In essa si legge infatti che la concessione per l’edificazione venne rilasciata “al Reverendissimo Don Antonio Faraone – vescovo di Cefalù dal 1562 al 1568 – per la tonnara di Capo di Rasi Gelbo”, al fine di “poterse retirare ligenti di quella incaso di asalto de galiotti o vascelli di nimici per non si succediri alcuno danno”. 5
Sulla inefficace funzionalità della prima torre ebbero a dire la loro due architetti regi; il senese Tiburzio Spannocchi e il fiorentino Camillo Camilliani – che si susseguirono nel periplo dell’isola a distanza di pochi anni (rispettivamente nel 1578 il primo e nel 1584 il secondo) – incaricati per la verifica del sistema di sorveglianza costiero dell’isola. Spannocchi relazionava in merito alla torre di Raisichelbe affermando che questa fosse “una torre di bona fabbrica però non molto ben considerata per non scoprire le cale, et non possere offendere vascellj sara bene a mio parere rifarne una al capo più verso pollina, et lassando la torre fatta por la guardia in questa”.6 Anche Camilliani, come già Spannocchi espresse le sue perplessità sul sito e sulla funzionalità della torre spiegando che: “questa torre di Rasigerbe per quel che s’ha potuto riconoscere, non fu posta a buon luogo”.7
Oggi su Capo Raisigerbi esistono due torri in stato di rudere, poste a poca distanza l’una dall’altra ed a differente quota altimetrica, per cui si può usare la denominazione di torre inferiore e torre superiore. Della torre inferiore – sul cui lato nord si addossa una struttura difensiva della seconda guerra mondiale – rimane la parte basamentale per un’altezza di circa 7 metri. Sul versante sud dell’edificio si riscontrano tracce di un’apertura ad una quota di oltre 3 metri dal piano di campagna attuale; è presente altresì un’altra apertura a circa 50 centimetri dal piano di campagna. Presso il cantonale nord-est dei cantonali della torre, tre risultano ben conservati mentre quello di sud-ovest – il quarto – è scomparso. Il rudere della seconda torre – quella superiore – è situato a circa 150 metri in direzione sud e presenta caratteristiche costruttive e di consistenza simili al corpo di fabbrica della torre inferiore; si tratta di una torre con pianta quadrata avente lato di 6,50 metri che si eleva per un’altezza di circa 7 metri; anche in questo manufatto i paramenti sono realizzati in opera incerta di pietrame locale, ma con particolari tendenti a rendere evidente la ricerca di maggiore regolarità esecutiva, considerato che gli allettamenti si distanziano regolarmente di circa 50 centimetri. Il lato sud dell’edificio risulta interessato da un parziale crollo del paramento murario.
La presenza di due torri rafforzerebbe dunque l’indicazione di Spannocchi circa la necessità di edificare una seconda torre attigua a quella preesistente, ma in una posizione ottimale per il controllo e la salvaguardia della costa e delle attività industriali in essa presenti, gravate dal pesante “dazio” dei vascelli dei nimici provenienti dal mare. Nonostante il conforto storico rintracciabile nella licentia e riguardante il fondamentale indizio sulla collocazione temporale della prima torre, risulta urgente salvare le torri che mostrano gli inaccettabili segni di una decadenza fisica. Il loro stato di conservazione è allarmante e risulterebbero urgenti degli interventi di consolidamento e manutenzione da parte della Pubblica Amministrazione. È necessario attivare modalità operative per garantire a questi silenziosi e inermi edifici di continuare a testimoniare la loro antica e prestigiosa funzione, in barba all’incuria e all’indifferenza degli uomini di oggi, veri razziatori di storia.