Porta Felice

Le storie di Kalós

Porta Felice
di F.P. Campione

Il prolungamento del Cassaro dalla chiesa di S. Maria di Portosalvo fino al mare, disposto dal viceré Marcantonio Colonna nel 1581, aveva portato a definizione l’asse viario che ora attraversava tutto l’antico nucleo urbano dalla Porta Nuova fino al mare. Questo rendeva necessaria l’apertura di una nuova porta urbana, che qualificasse anche la «novella passeggiata a mare» (l’odierno Foro Italico), per la quale proprio l’anno precedente avevano avuto inizio i lavori.
La prima pietra per il monumentale ingresso, che venne così chiamato dal nome di donna Felice Orsini moglie del viceré, fu posta il 6 luglio del 1582. Autore del progetto iniziale fu con buona probabilità l’ingegnere senatorio d’origine toscana Giovan Battista Collipetra. La partenza e la successiva morte del viceré (1584) arrestarono i lavori, che furono ripresi a distanza di quasi un ventennio nel 1602. In quell’anno il viceré duca di Feria incaricava Mariano Smiriglio di redigere un nuovo progetto per il completamento della struttura. L’architetto previde una porta di nuova concezione: abbandonando il tradizionale schema dell’ingresso a fornice, in uso in tutte le porte urbiche fino ad allora costruite, adottò quello innovativo dei due piloni separati. Essi avrebbero dovuto essere sormontati da due elementi a obelisco, di chiara ispirazione manierista, che per la morte dell’architetto (1636) non furono però mai posti in essere. A Smiriglio successe Pietro Novelli, che l’anno seguente approntò i disegni relativi alla decorazione della porta, con riferimento particolare al secondo ordine, che ancora non aveva trovato la sua forma definitiva. Al fianco di Novelli, in qualità di coadiutore, fu posto Vincenzo Tedeschi. Quest’ultimo, malgrado avesse ricevuto dal viceré duca di Montalto la formale promessa di essere eletto primo architetto della città, ebbe invece assegnato dal Senato un ruolo subalterno rispetto al Monrealese. Fu dunque per tale motivo che Tedeschi si adoperò per mettere in rilievo l’imperizia tecnica del pittore cosicché, il 6 giugno del 1637, il Senato rimosse Pietro Novelli eleggendo in sua sostituzione il suo aiutante. A quella data, tuttavia, i lavori risultavano quasi del tutto terminati. L’ultimo atto costruttivo fu l’apposizione delle fontane, avvenuta nel 1642.

Una netta dicotomia stilistica caratterizza i due prospetti della porta: quello rivolto verso la città mostra una equilibrata impostazione manierista, nella quale il gioco chiaroscurale è condotto con l’emergere, dalla piattezza delle superfici, dei forti timpani delle finestre e delle aggettanti cornici e marcapiani. A un linguaggio di esuberanza già barocca è invece improntato il prospetto esterno, la cui forza plastica si anima nella possanza delle imponenti colonne architravate al primo ordine, che serrano due nicchie con canefore, e dei due attici simmetrici, dal tipico bizzarro repertorio barocco.
Le due statue agli angoli raffigurano S. Cristina (s.) e S. Ninfa (d.). I decori marmorei furono eseguiti da Nicolò Travaglia. Negli ambienti interni al pilone meridionale si conservano alcuni pallidi brani di affreschi attribuiti a Pietro Novelli, in particolare una Diana sulla volta della sala dell’attico.
Nel 1943 un bombardamento distrusse il pilone settentrionale (nel dopoguerra prontamente ricostruito), cui era addossato il Palazzetto Santocanale (1860), opera di Giovan Battista Filippo Basile, l’oratorio della Compagnia della Carità (rinnovato nel 1730) e gran parte del seicentesco ospedale di S. Bartolomeo degli Incurabili (poi Conservatorio di S. Spirito), riattato nel 1826. Di quest’ultimo sussiste un largo brano della facciata laterale, con duplice ordine di arcate scandite da lesene in calda pietra da intaglio. Il settecentesco Loggiato di S. Bartolomeo, restaurato dopo decenni di abbandono, è stato utilizzato quale spazio espositivo per mostre. L’area di risulta del distrutto ospedale fu occupata dall’edificio dell’Istituto Nautico “Gioeni-Trabia”, costruito tra il 1948 e il ’60, cui lavorarono tra gli altri A. Bonafede, G. Spatrisano e V. Ziino.

Testo tratto da Palermo l’arte e la storia

La struttura particolare di Porta Felice, che come abbiamo detto manca dell’arco superiore, ha dato vita a diverse ipotesi e dicerie.
Molti ritengono che la mancanza della parte superiore della Porta fosse una necessità, per consentire il passaggio del trionfale carro di Santa Rosalia, ma ciò non risponde a realtà, perché il carro apparve per la prima volta nel 1686, quindi molto dopo la costruzione della porta.
Altra ipotesi è quella osservata da Patrik Brydone, scrittore e viaggiatore scozzese venuto a Palermo nel 1770. A Brydone piacque molto la passeggiata alla Marina, ma lo sorpresero alcune abitudini dell’aristocrazia palermitana, scrive infatti:

“La passeggiata ribocca di vetture e di pedoni.
A fine di meglio favorire gli intrighi amorosi
è espressamente vietato a chicchessia di portar lume.
Tutte le torce si spengono a Porta Felice,
ove i lacchè attendono il ritorno dei loro padroni
e la intera adunanza resta per un’ora o due nelle tenebre,
a meno che le caste corna della luna,mostrandosi ad intervalli,
non vengano a dissiparle”.

Cogliendo questa osservazione dello scrittore scozzese, i palermitani cominciarono a dire che, oltre a quelle della casta luna, di corna ce ne erano altre: quelle dei mariti delle nobili dame che frequentavano la passeggiata notturna alla Marina e che quindi era stato necessario non costruire l’arco della porta, per dar modo ai poveri mariti di passare tranquillamente senza il rischio di rimanervi intrappolati con le loro lunghe corna frutto dei molteplici tradimenti delle mogli.

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