San Valentino raccontato da Gaetano Basile

Le storie di Kalós
San Valentino

Testo tratto dal volume Il cibo è festa di Gaetano Basile e Anna Maria Musco Dominici

San Valentino

San Valentino, per merito ascritto ai produttori di cioccolatini, gadget e ai fiorai liguri, è diventata una festa popolare laica a maggior gloria del Consumismo. Il marchio DOC è quello di festa degli innamorati

Controllate bene sulla vostra agenda, oppure sul calendario, alla data 14 febbraio: c’è scritto San Valentino?… è sbagliato. Infatti, il calendario liturgico dopo la “riforma” del 1970 festeggia a questa data i santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori della Russia nel IX secolo, che fino al 1969 si festeggiavano al 7 di luglio. Possiamo affermare che ha vinto il merchandising sulla liturgia. San Valentino, per merito ascritto ai produttori di cioccolatini, gadget e ai fiorai liguri, è diventata una festa popolare laica a maggior gloria del Consumismo. La maiuscola è dovuta. Questa festa ha fatto la fortuna del vignettista francese Raymond Peynet, creatore dei suoi ormai celebri “innamoratini”, tirati fuori ogni anno all’occasione. Il marchio DOC è quello di festa degli innamorati.
Ma ci fu veramente un San Valentino? Nel Martirologio Romano che sarebbe, con rispetto, il catalogo generale dei santi, di Valentino ce ne sono addirittura due. Il primo pare che sia vissuto a Terni. Andato a Roma per guarire di un’artrosi il figlio di un certo Cratone, fu arrestato dal prefetto Placido come cristiano. Rifiutandosi di abiurare e di sacrificare agli dèi, come prescriveva la legge, finì decapitato. I suoi resti mortali furono trasferiti a Terni e sulla sua tomba sorse, in seguito, una basilica a suo nome. L’altro Valentino fu, pure lui, decapitato, ma questa volta per ordine dell’imperatore Claudio, sulla via Flaminia. Il papa Giulio I, che poi fu fatto santo (ma non per questo), sul luogo del martirio fece costruire una chiesa. Anzi una basilica. In realtà, però, questo Valentino pare che sia stato soltanto lo “sponsor” della basilica. Insomma, solo un benefattore che scucì i quattrini necessari per quella costruzione. Tra il V e il VI secolo si cominciò a venerarlo al punto che le sue “supposte reliquie” finirono a Roma nella basilica di Santa Prassede e il suo “presunto ritratto” nei mosaici bizantini della cappella di San Zenone. A unificare i due Valentino ci pensò Jacopo da Varagine con la sua Leggenda Aurea: in breve, ne fece un solo “venerabile sacerdote”, un taumaturgo che, in nome di Dio, aveva ridato la vista alla figlia cieca dell’imperatore Claudio. Più tardi, a titolo di ringraziamento, venne decapitato! La popolarità di San Valentino, martire della fede, si deve ai Padri Benedettini, custodi della basilica di Terni. Furono proprio loro, nel Medioevo, a diffondere il suo culto in tutta l’Europa, soprattutto in Inghilterra. Poiché a metà di febbraio sui prati sbocciano i primi fiorellini e fanno capolino le violette, finì con il diventare il “gran patron” della primavera e si cominciò a rappresentarlo con un bel sole in mano.
La primavera, lo sapete, è pure risveglio dei sensi: gli animali iniziano ad accoppiarsi e i giovani a guardarsi attorno… Nel Medioevo gentile dei primi anni del Quattrocento, in Inghilterra, si usava inviare teneri bigliettini alle fanciulle in fiore. Si chiamarono “valentini”, precursori dei messaggini SMS e di quelli che avvolgono gli odierni cioccolatini. Oggetto di collezionismo spiritoso sotto il titolo di “Stupidario al cacao”. Anche se non c’è nulla di male ad ammettere che abbiamo qualche debito nei confronti delle tanto deprecate carte dei cioccolatini, perché ci hanno fatto conoscere Franҫois de La Rochefoucauld, Blaise Pascal, Christopher Marlowe. Ma pure Freud e Baudelaire. Dall’Inghilterra agli Stati Uniti il passo fu brevissimo e, come succede con tutte le americanate, anche la festa di San Valentino, patrono degli innamorati, finì per sbarcare dalle nostre parti come festa popolare laica alla data del 14 febbraio. Festa degli innamorati, degli aspiranti tali o più prosaicamente di quelli che ci provano soltanto. Un vero trionfo industriale in ogni caso. Con buona pace degli innamorati.

San Valentino a tavola

I cibi che stimolano il piacere appartengono alla fantasia. Piatti afrodisiaci per San Valentino? Non esistono purtroppo, però ci è sembrato intrigante andare a frugare sull’eros a tavola. Forse il primo intruglio amoroso fu il “ciceone” citato da Omero: quello della maga Circe. Che di eros se ne intendeva visto che viene ricordata ancora come “mangiauomini”. Più tardi Plinio parlò di “balsami di Venere” (senza darci la ricetta) e consigliava le lumache. Nel Rinascimento trionfò il pepe di Caienna. Ma in supposte!
Antonio de Sgobbis, cuoco di papa Urbano VIII nel 1634, consigliava un cocktail di: ortica, zenzero, noce moscata, pepe nero, testicoli di gallo, in mezzo bicchiere di vino rosso. Mha…
San Gerolamo combatté per tutta la vita contro le fave, afrodisiaco a portata di tutti diceva in giro. Era certo che conducessero alla lascivia. E se ci provassimo? In tempi più vicini a noi, con la prevalenza dell’immagine, siamo arrivati a definire afrodisiache ostriche e banane, ma solo perché evocano i genitali. Noi siciliani ci siamo affidati al cacao: il “pasticcio di sostanza”, il sanguinaccio, le quaglie al cacao, le “‘mpanatigghie”, ma più per strappare un complimento alle signore convinte che il cacao fosse afrodisiaco. Non ci resta che rivolgerci al peperoncino, che migliora la circolazione, e al vino, che favorisce la vasodilatazione allentando i freni inibitori. Anche se tra le alchimie amorose a tavola non vanno trascurati i colori. Sissignori. É stato stabilito dagli esperti di cromoterapia che il colore rosso sangue, tipo fiorentina, tradisce desiderio di possesso e all’inizio potrebbe rovinare tutto. Meglio iniziare allora con un piatto dai colori tenui come un risotto allo zafferano, oppure alla pescatora. Consigliati pure i primi al forno “en croùte” che comunicano sacralità, calore familiare. Per il secondo carne o pesce, ma con salsa verde o prezzemolo e basilico, che sono tranquillizzanti. Verde è natura, fecondità ed è pure rassicurante. E quando è arrivato il momento giusto per la stoccata, l’affondo del rosso di pomodoro, radicchio e vino rosso rubino. Se le cose vanno bene non ci resta che proseguire con il rosso di un’arancia, il succo dei lamponi, una cascata di ribes. Champagne o masala? Dipenderà da lei. Ricordatevi, comunque, che tutti gli innamorati sono ridicoli. Così scrisse Nicolas de Chamfort. Sul cartiglio di un cioccolatino, naturalmente.

Testo tratto da Il cibo è festa

Di Gaetano Basile vedi anche Frugando tra i mercati di Palermo