Gli Zar a Palermo: cronaca di un soggiorno

I lunedì di Kalós
Gli zar a Palermo

Articolo tratto dalla Rivista Kalós n.1 del 2002

Gli Zar a Palermo: cronaca di un soggiorno

Testo di Viviana Monachella Tourov

Nel 1845 gli Zar Alexandra e Nicola I trascorsero l’inverno a Palermo, diventando protagonisti di una stagione ricca di eventi mondani e culturali, che contribuirà ad avviare intense relazioni tra la Russia e la nostra Isola.

“Quanto distante è la Neva dal fiume Oreto, tanto forse più lontano era da noi il pensiero che un discendente di Rurik, un Romanov, lo zar, l’autocrate di tutte le Russie fosse venuto con gran parte della sua famiglia a dimorare per un po’ di tempo fra noi…”. Così scrive un giornale dell’epoca per annunciare l’imminente arrivo della famiglia imperiale russa a Palermo. Proprio Palermo, che possiede una quantità di doni naturali quali il cielo azzurro, l’aria dolce e soave, un clima salubre, l’incanto che si incontra soltanto nella zona temperata, fu prescelta come posto più indicato per curare la cagionevole salute di Alexandra Fedorovna, consorte di Nicola I. L’imperatrice di Russia Alexandra Fedorovna, cioè Federica Luisa Carlotta di Prussia, sorella del re di Prussia Federico Guglielmo IV Hohenzollern, non godeva buona salute ed era consigliabile una sua permanenza in un luogo più caldo ed asciutto del freddo ed umido inverno pietroburghese. La scelta del luogo fu determinata dai più illustri professori europei, specialmente quelli di Berlino fra i quali primeggiavano il dottor Markous e il dottor Mandt, che accompagneranno l’imperatrice nel viaggio a Palermo. La natura della malattia di Alexandra Fedorovna non è chiara: viene presentata come mancanza di respiro, asma, ma molti indizi lasciano supporre che si sia trattato del così detto “mal sottile”, cioè di tubercolosi. Avvalora questa ipotesi la notizia, riportata dai giornali dell’epoca, di un prezioso dono, un anello di diamanti, che l’imperatore Nicola I fece pervenire al medico palermitano, il dottor Dario Battaglia, per i suoi studi sulla diagnosi precoce della tubercolosi e del “Cilindro di Laennec” da lui rettificato e migliorato. Il prezioso dono era accompagnato da una lettera dell’imperatore, in lingua francese, trasmessa dal suo aiutante di campo, il generale D’Adlerberg. Poco dopo l’arrivo a Palermo i medici russi e i medici palermitani, riuniti a consulto, decidono che nessuna medicina sarebbe stata data all’imperatrice che avrebbe, sicuramente, trovato giovamento dall’aria salubre della nostra città. Le furono vivamente consigliate le passeggiate all’aria aperta, il divertimento e il mangiar bene. Una parte altrettanto importante nella scelta del luogo la ebbero i principi di Prussia, e specialmente Carlo, che visitò Palermo, il principe Voronzov che partì vivamente colpito da questi luoghi, lo stesso Ludovico di Baviera, che onorava la Sicilia e Palermo di una speciale predilezione. Ma senza dubbio particolare menzione merita la principessa Varvara Schehovskaja, sposata al palermitano Giorgio Wilding, inviato del re di Napoli presso la corte russa dal 1825 al 1841, anno della sua morte, e mercante esperto nella gestione di attività navali, che aveva ereditato dalla prima moglie Caterina Branciforti principessa di Butera una villa all’Olivuzza. Morendo, questi legò la villa alla seconda moglie, appunto la principessa russa Schehovskaja. La principessa ne fece la sua dimora e perciò fece rifare interamente la villa, aggiungendo altri corpi e, ingrandendo l’abitazione, le diede una forma nuova e più elegante.

L’Olivuzza

In occasione della visita dell’imperatrice, avendo saputo che per la sua cagionevole salute era necessaria l’aria del mezzogiorno, la principessa offrì la sua casa dell’Olivuzza e, sapendo accolta l’offerta, ordinò di preparare convenientemente la dimora per l’augusta ospite. Era in quel tempo, l’Olivuzza, una contrada dell’agro palermitano che, secondo la leggenda, prendeva nome da una vecchietta chiamata Oliva. Là “Olivuzza” possedeva una taverna, l’unico posto della contrada dove i cacciatori andavano a ristorarsi dopo le fatiche della caccia. L’Olivuzza non era certo il più bel sito dei dintorni di Palermo; non quanto l’Acquasanta, Boccadifalco o il parco di Baida e Monreale, luoghi sicuramente più pittoreschi; tuttavia si trovava in pianura e molto vicina alle mura che circondavano la città. In inverno era un posto caldo e salubre, non esposto al variare dei venti, ricca di alberi e di sorgenti, e i caldi raggi solari invernali dissolvevano rapidamente l’umidità della notte. Caterina Branciforti principessa di Butera costruì al posto di una casina di caccia già esistente una deliziosa villa su disegni dell’architetto francese Montier. Presto sorsero altre dimore, come quella del principe di Serradifalco, che divideva con la villa della principessa di Butera un magnifico giardino ricco di ingegnosi viali, di moltissime piante esotiche, sorgenti, scherzi di labirinti e grotte.

Così, presto, l’Olivuzza diventò un posto di villeggiatura alla moda per l’aristocrazia palermitana. Già da un mese erano cominciati i preparativi per accogliere gli illustri ospiti. Da Napoli erano giunti alcuni membri della corte russa e perfino gli arredi personali dell’imperatrice, mentre nel rione Papireto era stato demolito un gruppo di case per consentire il passaggio delle carrozze reali. Nel pomeriggio del 23 ottobre 1845, mentre spirava un forte vento di tramontana, due grossi piroscafi russi, il Kamchatka di 600 cavalli e la Bessarabia di 350 cavalli, partiti da Genova due giorni prima, entravano nel porto di Palermo. La fregata a vapore gettò l’ancora nel porto, vicino al molo, dove era stato eretto un ponte.

Il corteo imperiale

Poiché la famiglia imperiale aveva manifestato il desiderio di evitare qualunque pompa o etichetta, erano state revocate le disposizioni per accogliere gli illustri ospiti con tutti gli onori. Dopo qualche ora la famiglia imperiale, congedate le autorità salite a bordo per porgere il saluto del re, scese a terra accolta dall’inno russo intonato dalla “Compagnia della Guardia Reale” del regno delle Due Sicilie. Quindi, montata su un cocchio aperto, tirato da quattro cavalli, preceduta dai battitori e seguita da quindici carrozze della corte imperiale russa, si diresse verso la villa dell’Olivuzza. Una buona parte della corte russa si era trasferita a Palermo al seguito della famiglia imperiale e ancora per molte settimane si contarono numerosi arrivi di parenti, dignitari e maestranze russe a Palermo. Accompagnavano l’imperatore Nicola I e l’imperatrice Alessandra, la granduchessa Olga, loro figlia, il principe Alberto di Prussia, fratello dell’imperatrice, e un gran numero di dignitari di corte e maestranze venute al seguito. Tra questi il conte Nesselrode, gran Cancelliere dell’impero, il conte Orlov, aiutante di campo, il principe Menshikov, la principessa Saltikov, prima dama d’onore. La folla si era radunata sulla strada che dal molo portava all’Olivuzza già dalla mattina, quando si era visto spuntare all’orizzonte il piroscafo Malfitano della “Reale Marina Sarda” che precedeva le due navi russe. Entusiasta e incuriosita da un tale spettacolo, la popolazione commentava rumoreggiando l’assenza di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie, che giunse a Palermo due giorni dopo, ritenendo un grave affronto e un comportamento incivile verso tali ospiti l’assenza del sovrano, padrone di casa. Oltre che nella villa Butera dell’Olivuzza, la corte russa aveva preso alloggio nelle attigue ville del duca di Serradifalco e del principe di Belmonte. Altri dignitari avevano trovato ospitalità presso il palazzo Trinacria, di proprietà del principe di Scordia, antistante la marina.

Il soggiorno della famiglia imperiale

Inizia così il soggiorno palermitano della famiglia imperiale. L’imperatrice riprende le forze e, anche se non compare al fianco dell’imperatore durante le visite e le gite, la si vede spesso passeggiare in giardino. La serenità del suo aspetto, che traspare quando si mostra sorridente ai balconi della sua dimora, o quando percorre in cocchio aperto le vie della città e i sentieri di campagna, la mostra non particolarmente provata dal lungo viaggio ed è indizio di un processo di guarigione già in atto, grazie, anche, ad un autunno particolarmente mite. La cronaca ci racconta di giorni di festa che si susseguono sereni tra gite e scambi di visite: ecco il re Ferdinando che con i suoi familiari si reca a colazione all’Olivuzza, quindi un’altra colazione a bordo della fregata russa Kamchatka; 1’8 novembre, approfittando della bellissima giornata, l’imperatore, sempre accompagnato dalla granduchessa Olga, dai suoi più stretti congiunti, dal re Ferdinando e dal marchese Spedalotto, pretore di Palermo, si reca a visitare Bagheria, dove viene apparecchiata una colazione al casino del marchese di Forcella, già villa del principe di Cattolica.

Il 12 novembre l’imperatrice decide di visitare il duomo di Monreale, accompagnata dalla figlia Olga e dall’imperatore, che volle farle compagnia anche per esaminare per la seconda volta il tempio in tutte le sue parti. La famiglia imperiale si soffermò a contemplare il meraviglioso panorama sottostante che si apriva sulla valle della “Conca d’oro” simile ad un tappeto verde su cui si adagia Palermo che da qui si specchia sul mare. Nello stesso periodo un giornale russo riportava la notizia che a San Pietroburgo il freddo era talmente intenso che la Neva fu investita da ghiaccioli portati dal lago Ladoga: per tre giorni le comunicazioni con alcuni luoghi rimasti isolati furono interrotte. Ora la troviamo a visitare il palazzo della Trinacria dove aveva preso alloggio parte del suo seguito per verificarne personalmente la sistemazione e per contemplare dalle terrazze il “Foro Borbonico” e la marina sottostante, ora a passeggio per le contrade di Santa Maria di Gesù da dove si apre una delle più belle e pittoresche viste sulla campagna palermitana. Continuando le sue apparizioni pubbliche, la ritroviamo insieme al consorte e alla figlia al teatro Carolino per una serata in onore dell’onomastico della regina, madre del re Ferdinando. Alla fine di novembre arriva a Palermo anche il principe Giorgio di Prussia, nipote dell’imperatrice, e la sorella dell’imperatore, la granduchessa Mecklembourg, accompagnata dalla figlia Luisa. All’inizio di dicembre la famiglia imperiale si reca alla “Rinella” per meglio contemplare Palermo dal lato occidentale. Era la “Rinella” un piccolo borgo sulla riva del mare, chiamato così dalla finissima sabbia della sua spiaggia. Qui si trovava, e tutt’ora si trova, un piccolo ma gaio edificio da dove si apriva un magnifico e maestoso panorama. “Un bellissimo effetto prodotto dalla placida estensione del golfo, il suo bel recinto di montagne e di giardini osservati da vetri variamente colorati di cui erano fornite le molteplici finestre di quella sala che creavano gli effetti dell’iride nell’interno della sala stessa grazie alla luce di un brillantissimo sole che penetrando nella sala illuminava tutti gli oggetti…”. L’imperatrice percorre a piedi un tratto di strada e quindi sale le scale della gotica rotonda del signor Florio che sovrasta quello spazio di mare destinato alla pesca del tonno. Questa costruzione, chiamata dai palermitani i “Quattro Pizzi”, dalle guglie che svettano ai quattro lati, piacque tanto all’imperatore che, rimasto affascinato, ne fece rilevare i disegni dall’architetto Giachery, che l’aveva progettata e, tornato in Russia, ne fece costruire una simile nella sua residenza estiva di Peterhof, chiamata “Arenella” in memoria di Palermo. Il 5 dicembre Nicola I riparte con il vapore Bessarabia alla volta di Napoli dove arriverà la sera del sei accolto dal re Ferdinando II e dai suoi familiari. Nell’accomiatarsi da Palermo, l’imperatore, in segno di amicizia, fece dono di ordini cavallereschi quali “l’Aquila Bianca, di Sant’Anna di I, II e III classe, di San Stanislao di I, II e III classe”.

Il trattato commerciale

Tra il 13 e il 25 dicembre 1845 l’imperatore di tutte le Russie Nicola I e il re del regno delle Due Sicilie, Ferdinando II sottoscrissero, a Napoli, un trattato commerciale e di navigazione. Alcuni dei punti salienti del trattato, composto da 15 articoli, sancivano la reciproca libertà di commercio per i bastimenti e i sudditi delle due potenze contraenti, la tassazione uguale per i prodotti del suolo e dell’industria dei due paesi. Intanto l’aristocrazia palermitana faceva a gara per accogliere nelle proprie dimore l’imperatrice di Russia e la sua corte che rappresentavano, senza alcun dubbio, l’avvenimento più importante di quella fine di secolo e dell’inizio del successivo, avvenimento che avrebbe lasciato a lungo il segno nella società palermitana.

Un inedito di Vincenzo Bellini

Innumerevoli le opere scritte per sottolineare l’evento: sonetti, poesie, inni per l’imperatore Nicola I, l’imperatrice Alexandra e la granduchessa Olga, valzer e romanze. Persino Vincenzo Bellini fece eseguire una sua musica inedita (scritta alla tenera età di dodici anni) in onore dell’imperatrice. Per l’occasione furono scelte le più belle fanciulle dell’aristocrazia palermitana fra i dieci e i dodici anni per ballare in presenza della famiglia imperiale la “Tarantella”. Il 25 dicembre 1845 il granduca Costantino, allora diciottenne, secondogenito dell’imperatore, arrivò a Palermo a bordo del vascello da guerra Ingermanland e l’imperatrice volle andare personalmente a ricevere il suo augusto figlio accompagnandolo poi a visitare i luoghi più pittoreschi di Palermo. Il granduca, che seppe conquistare le simpatie della nobiltà palermitana, particolarmente di quella femminile, ritornerà a Palermo quattordici anni dopo e alloggerà nella stessa villa all’Olivuzza acquistata nel frattempo dai Florio, famiglia di ricchissimi e potenti imprenditori palermitani e che ospiterà, anche, l’ultimo imperatore di Russia Nicola II.

I mastini del granduca

Questa volta il granduca Costanti-no, durante il suo soggiorno a Palermo, metterà a dura prova la pazienza delle massime autorità palermitane con il suo comportamento stravagante. Verso il re delle Due Sicilie teneva un contegno irriverente; aveva con sé dei cani mastini che incutevano terrore, era molto crudele e punì quattro dei suoi marinai, colpevoli di ubriachezza, con pene brutali. La sua partenza fu una liberazione per le autorità ma non per l’alta società palermitana che per-dette un’occasione di svago.

La granduchessa Olga Nikolaevna

Il primo gennaio 1846, il giovane principe Carl di Wiirttemberg giunge a Palermo per conoscere la giovane Olga. Nel suo abito bianco ornato di merletti con un mazzolino di fiori rosa appuntato al petto, i lunghi capelli intrecciati e raccolti sulla nuca, come è ritratta in un dipinto dell’epoca, la giovane Olga fa il suo ingresso nel salone da ballo della villa all’Olivuzza. Nel giardino all’Olivuzza Carl le dichiara il suo amore passeggiando per i sentieri più nascosti tra oleandri, palme, sicomori, bambù, mimose, pansè, rose, e, un po’ più in là, sotto un cipresso, vicino all’amata panchina della mamma, dalla quale, in lontananza, si scorge il mare. Rientrati in casa, raggiunti dall’imperatrice, Carl manifesta le sue intenzioni chiedendole il permesso di scrivere all’imperatore, poche parole ma piene di significato, che fanno esclamare ad Alexandra Fedorovna un semplice “di già”, pronta a cingere in un abbraccio affettuoso, congratulandosi e benedicendoli, i due fidanzati.

Il latte d’asina

Tra leggenda e realtà si racconta che l’imperatrice bevesse a Palermo latte di asina, più leggero di quello di mucca o di capra. Ogni mattina un contadino portava l’asina in villa per mungerla alla presenza della famiglia reale. Quando l’imperatrice partì fece dono al contadino di una tabacchiera e di un orologio tempestati di pietre preziose. Giunta a Napoli, sembra soffrisse molto per la mancanza del latte e per questo mandò una nave della flotta imperiale a Palermo per prendere l’asina. Venduti i preziosi doni il contadino acquistò una grande estensione di terreno che gli eredi possedevano ancora alla metà degli anni Trenta. Una lapide era posta sul muro sotterraneo di un edificio del corso Olivuzza dove sembra fosse vissuta l’asina. Poco prima della partenza dell’imperatrice e della sua corte il principe di Mecklembourg si recò a visitare la fabbrica situata all’interno del “Reale Albergo dei Poveri”, dove venivano realizzati i tessuti di seta chiamati “Olgaline”. I tessuti, per la qualità della seta, piacquero tanto al principe da parlarne all’imperatrice che, entusiasta, decise di acquistarli. Il 16 marzo 1846 l’imperatrice di tutte le Russie, la granduchessa Olga, la principessa di Mecklembourg, la figlia Luisa e un gran seguito, si imbarcarono, nel pomeriggio, sulla fregata russa Kamcbatka seguita dall’altra fregata Bessarabia alla volta di Napoli. Oltre ai tanti oggetti e regali, Alexandra porterà con sé tanti ricordi che le saranno cari per sempre e amicizie che attraverso relazioni epistolari continueranno per tutta la vita. Fino all’inizio del ventesimo secolo le persone anziane della contrada Olivuzza, che erano state testimoni dell’eccezionale evento, raccontavano dell’imperatrice e della sua bellissima figlia Olga, elogiando la loro particolare bontà e dolcezza. L’imperatrice lasciò, nella villa all’Olivuzza, poi acqui-stata dal signor Florio e quindi dalla famiglia dell’avvocato Giovanni Maniscalco Basile, che tutt’ora la possiede, un ricordo particolare: una quercia da lei stessa piantata, sul cui tronco una targhetta di ferro ricordava l’avvenimento. Questa la cronaca di un evento veramente eccezionale, così commentato da un cronista del tempo: “Che strano fenomeno storico sentire simultaneamente in due punti del mondo così lontani tra loro, quali sono la Russia e la Sicilia, Palermo e Pietroburgo, con voce unisona e con uguali sentimenti annunziare e descrivere le stesse cose”.

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