Che colpo d’occhio lo stile fantasioso delle case eoliane

Il lunedì di Kalós
case eoliane

Articolo tratto dalla Rivista Kalós n.1 del 2012

Che colpo d’occhio lo stile fantasioso delle case eoliane

Testo e fotografie di Riccardo Agnello

* Progettista, direttore dello studio

di architettura Agnello&associati

Una sorta di etno-architettura dettata dalle esigenze di vita del proprietario ha dato vita ad un modulo costruttivo spesso elegante e originale. È ciò che unisce le vecchie abitazioni contadine disseminate nell’entroterra delle isolette mediterranee, ma anche di Pantelleria. Strutture cubiche, l’uso della pietra lavica e della pomice, armoniose proporzioni, una vasta gamma di colori, le deliziose terrazze di prospetto e le curiose panche con braccioli: questi alcuni elementi caratteristici, la cui origine affonda in antiche tradizioni

 

C’è qualcosa che unisce tra di loro le Isole Eolie e queste, in qualche modo, a Pantelleria. Ed è la particolare maniera di costruire le case, una vera etno-architettura in cui le esigenze di vita del proprietario hanno dato vita ad un modulo costruttivo spesso di straordinaria eleganza.

Chi arriva per la prima volta su una di queste isole e anziché fermarsi ad ammirare unicamente il mare dovesse decidere di visitare l’entroterra, alla vista delle vecchie case disseminate tra i terrazzamenti di nere pietre di lava si domanderà da quale matita siano stati disegnati, chi è l’architetto che ha progettato questi piccoli capolavori.

Più ci si allontana dal mare e più diventano interessanti i particolari, raffinate le proporzioni e piacevoli le fantasiose colorazioni. Le costruzioni sono comunemente realizzate con fondazioni in pietra lavica, mentre le murature portanti sono in pietra pomice, leggera e coibente. Le coperture piane alle Eolie e i caratteristici dammusi a Pantelleria raccolgono l’acqua piovana attraverso tubazioni in terracotta (catusi) portandola alla cisterna ubicata quasi sempre nel lato esterno e centrale della terrazza, con accanto la pila scavata rozzamente in un masso di pietra lavica o realizzata in cemento “lisciato”.

Le pavimentazioni sono comunemente in terracotta, sia all’esterno che all’interno, anche se spesso nelle case costruite nel ’900 i pavimenti sono realizzati con mattoni di cemento e graniglia a decori o semplicemente in cemento colorato.

Il modulo abitativo è un cubo che viene di volta in volta accostato ad altri, in direzione orizzontale o verticale, creando piacevoli geometrie, sempre esaltate da linee di un colore in contrasto con quello del prospetto: i marcapiano e i rifasci delle aperture. Nei terreni scoscesi la stanza da basso può essere la stalla o il palmento, e spesso è priva di intonaco ma interamente costruita in nera pietra lavica rozzamente squadrata.

I colori dei prospetti e degli infissi di queste case contadine hanno a volte accostamenti azzardati, in altre sono più tenui, ma sempre raggiungono risultati davvero straordinari, soprattutto se si pensa che non c’è stato alcun architetto o arredatore a consigliarli. Si vedono case color pesca con rifasci giallo-tufo e infissi color cobalto, e altre di colore azzurro-cielo abbinato al verde; vicino al mare, poi, i colori si riducono spesso a declinazioni sulla sola scala cromatica dei blu.

Penso che l’abitudine a dipingere i prospetti con questo stile davvero unico, che sembrano voler gareggiare per originalità, nasca dall’esigenza di sopperire ad una toponomastica inesistente: immaginate, ad esempio, arrivando sull’isola, che dobbiate chiedere ad un filicudaro dove abita Giovannino Bonica; vi risponderà: «Nella casa gialla e blu sopra quella rosa».

Lo stesso sistema viene, del resto, utilizzato per le barche da pesca, dove l’abbinamento dei colori del fasciame non è casuale ma caratterizza l’appartenenza dell’imbarcazione. Ogni famiglia di pescatori utilizza un particolare cromatismo che generalmente viene tramandato da padre in figlio.

Altro elemento fortemente caratterizzante delle case eoliane, di certo il più interessante, sono le terrazze di prospetto, dove alcune colonne cilindriche, chiamate pulere, sostengono le travi di legno, e queste, attraverso canne legate tra loro o mediante pergola di uva da tavola, hanno l’importante compito di schermarle dal cocente sole estivo e dall’umidità della notte. Tra colonna e colonna si trova una serie di panche con il sedile generalmente rivestito con vecchie maioliche multicolori. Queste panche prendono il nome di bisole o bisuoli nelle Isole Eolie e di ducchene a Pantelleria; in ogni caso esse sono comunemente contornate da braccioli tondi che conferiscono loro una certa eleganza. Va detto che a Pantelleria le colonne sono a pianta quadrata, appena rastremate e spesso senza intonaco, in pietra lavica squadrata.

Ebbene, queste terrazze così realizzate sono, insieme forse alle alcove, la cosa più particolare e nel contempo più ricorrente delle case isolane, di certo la più notevole.

Mi è capitato negli anni Sessanta di visitare ruderi in zone dove il turismo sarebbe sopraggiunto solo dopo qualche decennio e di chiedermi perché un contadino di Filicudi, quasi eremita, arroccato per esempio sulla montagna a Stimpagnato, si sarebbe dovuto dotare di queste panche… Per quali ospiti?

La risposta mi è arrivata, inaspettata, molto tempo dopo a Menfi, paese agricolo vicino a Selinunte.

Non so se questa etimologia, ma soprattutto se l’uso originario delle parole bisuoli e ducchene sia cosa nota: di certo su Internet non ce n’è traccia e non ho avuto notizia che qualcuno abbia scritto quanto mi accingo a raccontare.

La risposta, come già accennato, è arrivata assolutamente inattesa quando, trovandomi a restaurare e ristrutturare un rudere in campagna a Menfi, consegnai ad un vecchio muratore del posto una prospettiva “renderizzata” che mostrava la terrazza in cui ci trovavamo e che avrei voluto dotare di colonne a base quadrata e, soprattutto, di panche in muratura, esattamente come quelle eoliane. A questo punto, al vecchio “mastro” apparve un quasi sorriso intagliato tra le profonde rughe del volto ispido e bruciato dal sole, ed esclamò: «Ma chiste sunnu i ’giocchene!».

Giocchene, ducchene… non poteva essere un caso!

Ecco la risposta alla mia, finalmente soddisfatta, curiosità. Mastro Luciano mi raccontò che anche nelle case di campagna della zona in cui ci trovavamo si circondavano le terrazze con panche, che panche non sono. A casa di suo nonno, infatti, aveva saputo che sulle non panche si aggioccavano, ossia si coricavano, un tempo i vendemmiatori o i raccoglitori di olive, che arrivavano a piedi dal paese con la sola coperta come bagaglio e trovavano nella giocchena un letto con cuscino di muratura (il famoso bracciolo tondo) e un cannizzo come riparo. Ora, continuò mastro Luciano, i vendemmiatori arrivano con l’automobile e la sera se ne tornano a casa… e finirono i ’giocchene!

Appurato ciò, fu facile intuire che l’etimologia di bisuolo non è altro che “due volte il suolo”; diversamente, era a terra che si doveva dormire.

Un’altra peculiarità delle case delle isole è che tutte guardano il mare e sembrano sistemate per averne la migliore vista possibile. Qualcuno dirà che la posizione panoramica nasceva dalla necessità di avvistare in tempo i Saraceni o altri malintenzionati, e potersi così mettere in salvo. E forse è vero, ma mi piace pensare che i contadini isolani abbiano sempre vissuto amando la natura ed i colori, costruendosi ambienti con il gusto innato di chi sa apprezzare la grande perfezione del creato, e dalla terrazza amavano guardare il sole tramontare sul mare dipingendo di rosso l’orizzonte